Oggi le religioni – il Cristanesimo e l’Islam in primis – sono costantemente sotto attacco da parte dell’élite finanziaria e dei suoi circenses giornalistici, accademici e mediatici. Al di sotto della vernice nobilitante della ricerca della scientificità contro il creazionismo e della laicità contro il fanatismo si nasconde programmaticamente l’aspirazione segreta dell’economia alla distruzione di ogni etica solidaristica religiosa che riconosca nell’altro un figlio di Dio e non un competitore, ma poi anche all’annientamento di ogni senso della trascendenza e del sacro, strutturalmente incompatibile con il nichilismo economico innalzato a solo senso possibile.

L’onnimercificazione quale fondamento del mondialismo economico classista non può non entrare in contrasto con il patrimonio simbolico ed etico della trascendenza racchiuso nel monoteismo cristiano e in quello islamico, portatori di un senso solidaristico e comunitario, trascendente e sacro, fecondamente eccedente rispetto a quello nichilistico e immanente del valore di scambio. La “deteologizzazione della vita pubblica” , come l’ha qualificata Carl Schmitt, procede di conserva con la deeticizzazione del mondo della vita, di cui è espressione di primaria importanza.

Il cosmo a morfologia capitalistica nella sua fase assoluta risulta afflitto intrinsecamente e non per accidens dal supplizio di re Mida: deve convertire in merce tutto ciò con cui entra in contatto. Ove la mercificazione dell’ente di volta in volta “toccato” dal novello Mida del mercato non sia possibile, vuoi per fisiologica incompatibilità, vuoi per consapevole resistenza, tale ente viene prontamente e univocamente delegittimato, diffamato e destrutturato in nome del progresso, della modernizzazione e di altre numerose categorie del nuovo ordine simbolico.

Se, come scriveva Ezra Pound (Cantos, 97), la sacertà del tempio risiede nella sua irriducibilità a oggetto di commercio (the temple is holy because it is not for sale), è lampante per quali ragioni l’integralismo economico debba annientare ogni forma di sacro e ogni idea di trascendenza, affinché tutto possa essere mercificato e non vi sia valore trascendente altro rispetto all’immanenza nichilistica del piano liscio del mercato, strutturalmente senza alto né basso, senza giusto né ingiusto, senza bene né male.

In quanto furia del dileguare, il capitale absolutus riconverte tutto nella forma merce e, in maniera convergente, dissolve ogni realtà e ogni simbolo non affini alla sua logica di sviluppo. Parzialmente integrabile con il capitalismo nelle sue fasi precedenti, la trascendenza a cui l’Islam e il Cristianesimo si riferiscono è essa stessa incompatibile con il nuovo assetto del capitalismo absolutus: il quale, come sappiamo, aspira a ridurre il pianeta a piano liscio desimbolizzato per lo scorrimento delle merci, senza alto né basso, e dunque senza alcun senso di una possibile trascendenza altra rispetto all’immanenza mercificata e senza alcun senso di un sacro inviolabile per la legge del mercato.
L’idea stessa di Dio come fondamento dei valori e come sorgente di un senso ulteriore rispetto al nichilismo dell’economia assolutizzata non può essere accettata dal nuovo blocco storico egemonico. È solo con l’avvento dell’onnimercificazione del capitalismo assoluto che si compie pienamente la morte di Dio preannunciata da Nietzsche sulla soglia del XX secolo: Dio muore allorché tutto diventa merce, ossia quando la stessa dicotomia tra cielo e terra, tra bene e male, tra giusto e sbagliato è dissolta nel nichilismo coessenziale al nuovo fondamentalismo economico classista.