Gli sgomberi: “Non c’è alcuna sospensione né un via libera alle occupazioni”. Il funzionario dello “spezzategli un braccio: “Non penso che vada crocifisso né che vada disconosciuto un passato che è certamente migliore di quell’affermazione, tuttavia l’istituzione che dirigo deve essere credibile e dunque posso dire che in futuro quel dirigente sarà impiegato in altre attività, diverse dalla gestione dell’ordine pubblico“. Lo sgombero di via Curtatone e piazza Indipendenza: “Non c’è stata sintonia tra chi doveva eseguire lo sgombero e chi doveva trovare le soluzioni alternative“, cioè il Campidoglio. E – sopra a tutto – la polizia e la politica: “Le amministrazioni locali, e dunque la politica, non possono delegare tutto alle forze di polizia, perché certi problemi, prima che di ordine pubblico, sono problemi sociali, che non si possono scaricare sulle forze dell’ordine, facendole diventare oggetto di strumentalizzazione e scontro tra chi solidarizza con loro e chi le attacca. Io non voglio sottrarmi alle mie responsabilità, ma evitare che la polizia diventi la foglia di fico per coprire problemi che non ci competono”. A quasi una settimana dagli sgomberi di Roma e dopo giorni di dibattito anche sui metodi delle forze dell’ordine per risolvere alcune situazioni, a parlare in un’intervista a Giovanni Bianconi, sul Corriere della Sera, è il capo della polizia Franco Gabrielli.

Il prefetto conferma due direttrici: la polizia deve mantenere la divisa la più pulita possibile, ma sulla polizia non può ricadere tutto ciò che di problematico si crea nella società. Spiega: “Il problema non è evitare gli sgomberi, bensì le occupazioni; impedire che si realizzino e si consolidino nel tempo. È così che si salvaguardano i diritti. E per fare questo sono necessari interventi e politiche sociali che non riguardano le forze di polizia. Noi siamo chiamati a intervenire quando l’emergenza è già in atto, e spesso per eseguire ordini impartiti da altri, come nel caso del palazzo di via Curtatone a Roma”. L’uso della forza, aggiunge, arriva “solo dopo aver esperito tutti gli altri tentativi”, ma “quando un’emergenza arriva sul tavolo del questore è già tardi, perché significa che l’uso della forza è quasi inevitabile”. E’ lì che manca la politica, insomma, soprattutto a livello locale, i Comuni, i sindaci. La polizia non può essere la “foglia di fico” per problemi non risolti da altri.

Gabrielli conferma l’intesa con il ministro dell’Interno Marco Minniti. Il “nuovo corso” annunciato dai giornali nei giorni scorsi altro non è che lo sviluppo di principi già decisi a luglio: “Prima di procedere con la forza pubblica bisogna affrontare le situazioni di criticità e fragilità sociale offrendo opportunità alternative a chi ne ha diritto, e questo è un compito che spetta principalmente agli enti locali. Si tratta di un percorso collettivo, nel quale ciascuna amministrazione deve assumersi le proprie responsabilità”. Sta dicendo che altri non la fanno?, chiede Bianconi. “Sto dicendo che quando un’emergenza arriva sul tavolo del questore è già tardi, perché significa che l’uso della forza è quasi inevitabile. Le amministrazioni locali, e dunque la politica, non possono delegare tutto alle forze di polizia”. Nel caso di via Curtatone l’intesa tra le amministrazioni non c’è stata e il risultato è stato quello che si è visto. “Alla fine ci si è concentrati sulla frase sciagurata di un poliziotto, ma io credo che se è grave, gravissima quella frase, è ancora più grave il comportamento di chi ha consentito che la situazione degenerasse fino a quel punto, con 800 persone costrette a vivere in condizioni sub-umane e senza diritti. Anzi: “Da prefetto di Roma me ne sono occupato, e insieme al commissario straordinario avevamo intrapreso una strada che non sembra aver avuto seguito”.

Le tensioni restano. Ieri il caos vicino a un centro di accoglienza a Tiburtino III, periferia est di Roma. “Bisogna analizzare le singole situazioni e affrontarle tenendo conto delle sensibilità e delle esigenze di tutti – riflette Gabrielli – Anche di chi fa discorsi che suonano populisti o xenofobi: attenzione a banalizzare tutto, anche perché certi atteggiamenti sono trasversali, riguardano ogni fascia sociale e area politica. Non sempre c’è la distinzione netta tra il razzista cattivo e l’umanitario buono, in mezzo ci sono mille sfumature che non si possono ignorare. Esiste perfino una percezione collettiva per cui gli immigrati di colore sono più pericolosi di quelli dell’Est, sebbene statisticamente quelli dell’Est commettano un maggior numero di reati; ciò ovviamente non giustifica nulla, né è pensabile che si possano fare distinzioni sul colore della pelle, ma sono realtà con cui dobbiamo fare i conti”.

E se il ministro Minniti dice di aver temuto per la tenuta democratica del Paese di fronte all’ultima ondata migratoria – tesi respinta dal collega della Giustizia Andrea Orlando – Gabrielli sostiene che il timore è stato reale, ma che questi problemi non devono diventare “argomenti da campagna elettorale” e che possono essere affrontati “abbandonando l’illusione che ci ha accompagnato fino al 2015, e cioè che fosse una situazione transitoria” e “procedere con l’integrazione, e se ci sono realtà e territori refrattari trovare il modo di far capire che non c’è alternativa”. E anche per chi non si riesce rimpatriare “non resta che l’integrazione, che peraltro è un’opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo” perché “l’illegalità porta a commettere reati, diventa terreno di reclutamento”.