Se sei stato uno dei personaggi più iconici del XX secolo, hai sposato l’erede al trono di Inghilterra, hai dovuto lottare contro le infedeltà del marito e contro le rigidità della famiglia reale, hai avuto le più grandi star dell’epoca come amici, hai riempito le pagine di gossip per anni e poi, causa destino decisamente inclemente, sei morta a 36 anni, ecco che diventi leggenda, mito popolare. È quello che è successo a Diana Spencer, principessa del Galles, principessa triste, principessa del popolo e del jetset internazionale al tempo stesso, amica di santi e peccatori, di miliardari e diseredati.

Lo schianto pauroso nel tunnel dell’Alma che esattamente vent’anni fa ha interrotto la parabola terrena di Lady D ha trasformato una donna fragile e tenace insieme in una sorta di santa laica, di Madonna Pellegrina della società dell’immagine. E, come è successo in passato anche per altre grande icone del Novecento come Marilyn Monroe, il rischio è che si annullino le sfumature e si appiattisca tutto agli estremi. Lady D oggi è bianco o nero, è incolpevole martire o bonne vivante in preda a una bulimia affettiva senza precedenti. In tempi di revisionismi al ribasso come quelli che viviamo, poi, è tutto ancora più amplificato, estremo, radicale. Sulla figura della principessa di Galles, infatti, è in atto una sorta di riassestamento della percezione pubblica, con un’analisi sempre più spietata della sua vita, delle sue scelte, delle sue quadriglie amorose, persino del suo impegno umanitario e sociale. E dalla santa glamour alla figurina di cartone che nasconde il vuoto pneumatico il passo è brevissimo.

Bianco o nero, appunto, senza la benché minima capacità di riconoscere e raccontare le sfumature. E proprio le sfumature, infinite, a volte cupe, sono la cifra caratteristica della breve vita di Diana, delle sue scelte pubbliche e private. Non è stata una santa, Diana Spencer, ma neppure l’alfiere del nulla come oggi va di moda dire e scrivere. È stata un’icona, e questo è un fatto, soprattutto perché ha vissuto da protagonista assoluta gli anni che più degli altri, recentemente, avevano bisogno di costruire epopee, di “vendere” marchi: gli anni Ottanta.

È un male? No, è semplicemente il frutto di un decennio caratterizzato da una fame disperata di favole, di narrazioni, di vite meravigliose e tumultuose. E quando, oggi, si tira in ballo l’edonismo reaganiano o l’epoca thatcheriana per raccontare Lady Diana, è evidente che siamo di fronte a un revisionismo viziato dal pregiudizio e soprattutto dalla volontà di mistificare ciò che è stato. Se da un lato Diana è stata, infatti, figlia evidente di quegli anni, dall’altro si è discostata clamorosamente da alcune certezze granitiche di quella narrazione politica, sociale e culturale. Mentre negli Usa l’AIDS era ancora un tabù, per esempio, la principessa del Galles andava a trovare i malati e li abbracciava; mentre la Lady di Ferro di Downing Street si faceva portatrice di una visione pragmatica e forse cinica del mondo, la Lady di Cuori frequentava Madre Teresa di Calcutta, si occupava degli ultimi del pianeta, regalava speranza, faceva quello che dalle parti di Buckingham Palace nessuno aveva mai fatto prima. L’umanità di Lady Diana è innegabile e nessun revisionismo figlio dei tempi che viviamo potrà mai cancellarla. Oggi le urlerebbero dietro le parole peggiori, la chiamerebbero “buonista”, “radical chic”, “mondialista”. Sarebbe probabilmente al centro di polemiche un giorno sì e l’altro pure, roba che gli attacchi feroci e quotidiani a Laura Boldrini, a confronto, sembrerebbero sfottò tra bimbi al parco giochi.

Eppure allora l’atteggiamento di Lady D era rivoluzionario davvero. Non c’erano ancora le principesse e le regine belle e impegnate di oggi. Non c’era Rania di Giordania, non c’era Letizia di Spagna, non c’era neppure la nuora di Diana, quella Kate Middleton che prima o poi prenderà il posto che avrebbe dovuto prendere lei, al fianco del re d’Inghilterra. E quel posto, in realtà, non l’ho ancora preso neppure Carlo, il “villain” perfetto nella narrazione della vita di Diana: brutto, anaffettivo, fedifrago, arido come solo alcuni membri di casa Windsor sanno e vogliono essere. Così come calza a pennello su Camilla il ruolo della cattiva, dell’usurpatrice, della rovinafamiglie. Nel racconto della vita di Diana tutto è stato perfetto per creare un romanzo, un feuilleton da dare in pasto al popolo affamato di amori, drammi e tragedie altrui.

Forse la verità è che Diana è diventata Diana suo malgrado, a cominciare dal matrimonio del secolo trasformatosi nel divorzio del secolo, passando per i tanti amori e amorazzi alla ricerca di una felicità che semplicemente non era nel suo destino. E poi le star della moda e della musica, le sante povere, l’ultimo fidanzato musulmano e figlio del nemico numero uno della coronata suocera. Un tassello dopo l’altro, l’epopea iconica della principessa dagli occhi tristi si è costruita sotto gli occhi sognanti della gente comune. Ecco perché Diana era ed è ancora così amata: perché è stata un’eroina sfortunata, sconfitta, umiliata. Ha dimostrato che i ricchi non solo piangono, ma soffrono come ognuno di noi e muoiono presto, troppo presto, proprio quando le cose, forse, stanno per sistemarsi. Buonista, presenzialista, mondana, furba: non ha la minima importanza. Quello che conta, almeno per chi a vent’anni dalla morte ancora ricorda sognante quella parabola breve eppure intensissima, è la costruzione di un’icona, la morte di una donna fragile e sconfitta e la nascita di un mito forte e vincente. Che ancora è lì, saldo, a incombere sulle teste grigie della monarchia inglese, a far sentire il fiato sul collo all’eterna nemica Camilla, a condizionare, anche da morta, le scelte e le mosse di quel marito “cattivo” che avrà anche vinto sposando la donna che ha sempre amato, ma che per la gente, per la storia popolare e per l’immaginario collettivo sarà sempre e solo il “villain” della storia sempiterna di Diana, la principessa del popolo, l’antiregina d’Inghilterra, la monarca degli ultimi, il volto umano, troppo umano, di un’istituzione che l’ha detestata e che, paradossalmente, deve a lei la sua sopravvivenza.