A cinque anni dalla sua morte è legittimo chiedersi se oggi il cardinale Carlo Maria Martini sarebbe soddisfatto del pontificato di Papa Francesco. È impossibile, però, dare una risposta definitiva a questa domanda visto che il porporato biblista e confratello gesuita di Jorge Mario Bergoglio non ha visto né le dimissioni di Benedetto XVI, né il conclave che ha eletto il primo Pontefice latinoamericano della storia.

Da ciò che è ormai universalmente conosciuto si sa che il cardinale Martini, nel conclave del 2005 al quale partecipò, sognò l’elezione di Bergoglio ma ebbe la convinzione che sia per Ratzinger, sia per il confratello gesuita non ci sarebbe stata la fumata bianca. E, invece, fu doppiamente smentito. Prima perché l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede fu eletto Papa al quarto scrutinio in un conclave durato appena 24 ore. E poi perché, otto anni dopo, toccò proprio a Bergoglio ereditare la guida della Chiesa dalle mani di Benedetto XVI.

Se Martini, nel 2012, ha consegnato un testamento spirituale durissimo contro Ratzinger affermando che “la Chiesa è indietro di 200 anni”, le affinità con Francesco sono sotto gli occhi di tutti. Ma prima ancora che sui temi, a partire da quelli inerenti la bioetica, è l’impostazione di governo collegiale che unisce questi due uomini. Martini sognava un Concilio con scadenze regolari per valutare lo stato di salute della Chiesa e riformarla ove necessario. Bergoglio ha realizzato Sinodi dei vescovi a tappe proprio per aggiornare un’istituzione che a volte appare davvero anacronistica.

Questo metodo collegiale è stato, inoltre, arricchito dai sondaggi che il Papa ha fatto somministrare a fedeli e non di tutto il mondo prima delle assemblee sinodali. Un modo di lavorare non per inseguire le mode del momento, ma per sintonizzarsi sui battiti del tempo presente comprendendo oggi la reale distanza tra i fedeli e il magistero della Chiesa cattolica. Ciò non per mutare la dottrina sui gusti della gente e sulle pressioni politiche di alcuni gruppi di potere. Ma come efficace base di partenza per attuare quel metodo collegiale voluto e messo in atto mezzo secolo fa dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

I 22 anni di Martini sulla cattedra di Ambrogio e Carlo non hanno fatto sfigurare i 9 anni del suo diretto successore in quello stesso ruolo, il cardinale Dionigi Tettamanzi recentemente scomparso. L’anniversario della morte del porporato biblista quest’anno coincide con il passaggio di consegne della guida della più grande arcidiocesi del mondo tra il cardinale Angelo Scola, unico vero competitor di Bergoglio nel conclave del 2013, e il suo vicario generale, monsignor Mario Delpini. Proprio rileggendo l’episcopato di Martini e Tettamanzi a Milano, i sei anni di Scola sulla cattedra ambrosiana impallidiscono in modo impressionante.

Nell’interessante autobiografia scritta a quattro mani con il vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari, ed edita da Piemme, Delpini traccia un devoto ricordo del porporato biblista dal quale fu nominato rettore maggiore del seminario lombardo e prima ancora rettore di teologia. “Martini sempre vedeva segni di speranza, consapevolezza che la speranza è frutto di una risposta responsabile alle sfide del tempo. È stata una testimonianza molto incisiva e ci dice dello stile con cui possiamo affrontare il presente, sapere che una società, se lo vuole, ha sempre le risorse per far fronte al terrorismo, alle crisi economiche, all’immigrazione”.

Sempre Delpini ricorda che “Martini ci ha detto che la Chiesa ha una missione che riguarda tutti gli uomini e questa missione è quella di parlare una lingua che tutti capiscano. Questa lingua è la premura verso l’uomo, l’accoglienza delle sue domande, il chinarsi sulle sue ferite. Quindi, la lingua è la carità del Signore. Matteo 25 dice anche della concretezza del gesto che si fa vicino a chi ha bisogno”. “Certo, – commenta Rodari – Delpini, sarà pastore a modo suo, con il suo taglio, con la sua personalità e sensibilità. Ma senz’altro chi l’ha formato, fra questi Martini, rappresenteranno per lui un faro da seguire. Senz’altro la premura verso l’uomo di Martini sarà la sua, lo stare vicino alle persone, alle loro fatiche, alle sofferenze, alle loro ferite”.

Sempre il nuovo arcivescovo di Milano ricorda che il suo predecessore biblista “è riuscito a convincere molti di una cosa importante e cioè del fatto che la parola di Dio è lampada per le scelte concrete, un aiuto per vedere un po’ di luce anche quando si è nella notte. Era interlocutore delle domande, delle paure, delle speranze degli uomini del nostro tempo. Tutto questo è stato apprezzato e davvero percepito in diocesi”. Ora quella stessa sfida tocca a Delpini.