Giorni fa ho scritto su questo sito un post sulla reticenza di una parte della sinistra più retorica ed ideologica, che comprende anche gruppi femministi, nel denunciare le violenze verso le donne compiute da cittadini migranti.

Problema politico rilevante, perché il silenzio intorno a questi delitti contribuisce ad alimentare anziché a smussare, il razzismo e il favore verso i partiti della destra, anche xenofoba.

La ragione è chiara: conosciamo ormai tutti amici e amiche che da sempre si definiscono “di sinistra” sorprenderci con uno stizzito: “Adesso basta!” a significare che non si ritrovano più in un approccio al tema “migranti” che non presenta alcun piano serio di inclusione, ma solo un generico buonismo verso i migranti e rifugiati: atteggiamento che è divenuto anche offensivo nella caparbia volontà di proteggerli anche quando delinquono, come fossero minus habens appunto; facendo quindi torto alla maggioranza di loro che al contrario, sono assolutamente onesti.

La provocazione ha suscitato molte reazioni, ed era questo il mio obiettivo: impedire che chi non si riconosce né nelle posizioni razziste di alcuni partiti, né in quelle demagogicamente accettanti di altri, venisse avviluppato nella “spirale del silenzio”, e cioè quella situazione in cui ”una persona non è incentivata ad esprimere apertamente e riconoscere a se stessa un’opinione che percepisce essere contraria all’opinione di maggioranza, per paura di riprovazione e isolamento da parte della presunta maggioranza. Questo fa sì che le persone che si ritrovino in tali situazioni siano spinte a chiudersi in un silenzio che, a sua volta, fa aumentare la percezione collettiva di una diversa opinione della maggioranza, rinforzando di conseguenza, il silenzio di chi si crede minoranza“.

La riprova è stata che dopo la pubblicazione del commento, ho ricevuto diverse mail di lettrici che mi confidavano il loro timore ad esprimere una posizione contraria a quella dominante oggi nella sinistra, ma ancor più, ed è questo il punto, temevano di riconoscere a loro stesse, un sentire definito dal loro gruppo di riferimento “razzista” mentre razzista, bisogna saperlo affermare con forza, non è. Tutt’altro.

L’idiota dualismo tra chi odia i migranti e li vorrebbe rispedire al più presto a casa loro, e chi li vorrebbe rendere intoccabili facendo loro un grave danno, va rifiutato con coraggio, offrendo una terza possibilità che è a mio parere quella in cui la maggioranza dei cittadini e cittadine si rispecchia: un’inclusione seria e ben gestita, fuor di razzismo ma anche di inutile buonismo, agevolata da programmi di “Diversity e Inclusion” (la citazione in inglese è dovuta al grande sviluppo che queste teorie hanno in alcuni Paesi anglosassoni,ma non in Italia) che incentivino una pacifica e proficua convivenza; auspicando “inclusione” e non “integrazione” che significa la volontà di valorizzare le differenze anziché cercare di “addomesticarle” al fine di farle rientrare nella nostra cultura. Nulla di nuovo per Paesi come Svezia o Norvegia e Canada: ma una proposta raramente ascoltata qui da noi, dove di progetti di inclusione, che dovrebbero prevedere anche la conoscenza e conseguenti usi e costumi dei rapporti tra i sessi nei Paesi riceventi, non se ne parla.

(Interessante per chi volesse approfondire, può essere conoscere i precisi e seri programmi di inclusione del Canada o gli altrettanti interessanti programmi di inclusione sviluppati nei Paesi del nord Europa sulla gestione delle relazioni tra uomini migranti e donne europee 

Esorto quindi le persone che si riconoscono nei principi di accoglienza evoluta e credono in una società multietnica rispettosa dei diritti di tutti e tutte, a farsi avanti, a raccontare in che modo i Paesi evoluti gestiscono bene l’immigrazione, che non è certo quello sviluppato fino ad oggi qui: chi tra voi conosce il Canada o la Svezia può scrivere qui se ha mai visto migranti o rifugiati chiedere l’elemosina agli angoli delle strade costringendoli a situazioni umilianti e inaccettabili?

Termino con una questione che è per me forse la più rilevante anche se ancora oggi impopolare nel nostro Paese: la parola “femminismo” potrà non essere gradita a molti, ma è quanto per me più conta, non per ragioni ideologiche bensì di reale necessità per un Paese che stenta ad affrontare il tema della parità di genere con la necessaria serietà.

Ebbi modo di dirlo dopo i fatti di Colonia, in cui si minimizzarono le violenze commesse da cittadini migranti, proprio per le ragioni di cui sopra.
L’ho ripetuto negli ultimi mesi, quando ho denunciato sempre e indipendentemente da chi l’avesse commessa, ogni atto di violenza verso le donne. Ripeto ogni atto.
Violenza verso le donne, ed è giusto ribadirlo al fine che sia definitivamente chiaro e con questo porre fine a manipolazioni ripugnanti, che è commessa anche e soprattutto da italiani, spesso noti alle vittime.

E dunque proprio perché ritengo che il nostro Paese abbia bisogno di politiche femministe serie, come oramai accade in moltissimi Paesi europei e non solo, ribadisco che non è accettabile mai alcuna reticenza nel denunciare la violenza verso le donne: non esiste alcuna giustificazione alla rimozione di un atto che sta alla base della cancellazione delle donne come persone e le riduce a oggetti.

Questo è il punto. E non ha nulla a che fare, ma veramente nulla, con il razzismo.