Il premio Nobel 2008 per l’economia Paul Krugman, volendo commentare The great wall (Il grande muro) che Trump ha deciso di realizzare allo scopo di “stoppare” in ogni modo che a lui sembra possibile il sorpasso delle etnie diverse da quella bianca, non ci ha pensato due volte e lo ha scritto (già a gennaio) direttamente nel titolo: Building a wall of ignorance (Costruire un muro di ignoranza) perché:

1. a pagare il muro non sarebbe comunque il Messico, ma i contribuenti americani (una tassa sulle importazioni dal Messico graverebbe sui consumatori americani, non messicani);

2. perché, insieme alle altre “bravate” che inventa pressoché quotidianamente, scatenerebbe ritorsioni a catena, creando gravissime situazioni di instabilità ovunque.

Queste cose però Krugman le diceva già a gennaio e, benché non si sia ancora verificato nessun effetto dirompente sull’economia americana (grazie anche a qualche repubblicano di buon senso che gli ha impedito di varare a livello legislativo le peggiori tra le frescacce che il “rottamatore” americano voleva realizzare subito), questo potrebbe avvenire molto presto, già a fine settembre, a causa dell’inevitabile shutdown (fine dei soldi) nella quale il governo americano si verrebbe a trovare per mancanza di fondi se non interverrà prontamente, prima di quella data, il Congresso americano, a spostare (per l’ennesima volta) un po’ più in alto l’asticella del debito statale, già alzata più volte fino a portarla a oltre 16 trilioni di dollari (cioè 16mila miliardi) dopo la “Grande recessione” del 2008, con un incremento quindi di circa dieci trilioni rispetto al 2008.

Trump, che ha già ottenuto dal Congresso (ad ampia maggioranza repubblicana) numerose concessioni sotto forma di maggiori spese per i militari e tagli per le spese sanitarie e le provvidenze agli indigenti (meno la cancellazione dell’Obamacare, bloccata al Senato da quattro senatori repubblicani “ribelli”, con l’appoggio ovviamente di tutti i democratici) non contento vuole ora ricattare il suo stesso partito chiedendo l’approvazione immediata della spesa di un miliardo e 600 milioni di dollari per la costruzione del muro tra Usa e Messico.

Questa ulteriore spesa porterebbe il governo americano a raggiungere e valicare il famigerato “tetto del debito”lasciando in ottobre vuota la Cassa e delinquent (come si dice negli Usa chi non paga alle scadenze pattuite i propri debiti) il governo americano.

Ma, anche se non è la prima volta che accade negli Usa (l’ultima è stata nell’ottobre 2013 con la Cassa chiusa per 16 giorni e l’impossibilità del governo guidato da Obama di pagare persino gli stipendi ai dipendenti pubblici), questo è comunque un fatto gravissimo per qualunque governo, avendo pesantissime implicazioni su tutto il comparto finanziario, sui tassi e financo sulle valutazioni delle agenzie di rating. Le conseguenze sarebbero imprevedibili in un mercato globale che, seppure definito in “ripresa” sta in realtà attraversando un momento di “sotterranea” turbolenza dovuta in buona misura proprio anche agli strappi inferti dall’imprevedibile (e in buona misura anche irresponsabile) attuale inquilino della Casa Bianca.

Comunque, anche senza considerare le ripercussioni internazionali alle “trombonate” del leader maximo americano occorre considerare anche che la cifra necessaria a Trump per la sua “Grande muraglia” tra Usa e Messico sarebbe di gran lunga superiore alla cifra da lui presentata.

L’organizzazione politica liberale Daily Kos offre una spiritosa analisi di quanto costerebbe realmente una “Grande muraglia” come quella che a Trump piacerebbe costruire. Nell’articolo fatto circolare in questi giorni dal titolo So, President Trump, you want a Great Great Wall…let’s look at the numbers (Così, presidente Trump, tu vuoi un grande, grande muro… dai un’occhiata ai numeri) si snocciola tutta una serie di calcoli, come se un completo muro, lungo tutto il confine messicano dovesse essere costruito. Viene quindi fatto un sommario calcolo della lunghezza per l’altezza, dei materiali necessari, (c’è molto di più che il solo cemento) e del loro trasporto. Tuttavia il solo cemento armato per costruire la “Grande muraglia americana” (lunga circa metà di quella cinese) sarebbe di quasi 77 miliardi di dollari, ma bisognerebbe poi aggiungere il costo dei lavoratori, il costo della viabilistica per raggiungere i luoghi impervi ove costruire le barriere, il costo degli espropri, ecc.

In realtà, il muro vero non è nemmeno fatto di semplice cemento, ma di moderni materiali, probabilmente migliori ma anche più costosi. Quindi, il costo finale di un “Muro” di quelle dimensioni sarebbe forse anche un trilione. Mille volte di più del suo preventivo. Eppure, a lui piacerebbe davvero costruire un “coso” del genere (per essere “ricordato” a imperitura memoria) ma anche lui sa che per fare quella “roba lì’” i soldi non glieli da nessuno, quindi si accontenterà di fare quello che il Congresso gli consentirà e di lasciare che un gran numero dei suoi ingenui elettori creda davvero che lui faccia i loro interessi.

Non è escluso pero’ che, anche solo per “fargliela pagare” a quei “traditori” del Congresso che gli hanno affossato il “Repeal Obamacare” di un paio di settimane fa, voglia ora imporre un vigoroso braccio di ferro col Congresso per far vedere a quei “molluschi” chi è che comanda a Washington.