I disastri idrogeologici estivi in Bangladesh, più di un milione di persone coinvolte, nel Nepal devastato quasi ovunque da frane e colate detritiche, e in Sierra Leone con più di 400 vittime, fanno riflettere ancora una volta sulla diversità geografica, economica e sociale di queste catastrofi. Nello stesso periodo, le piene impulsive hanno sommerso Houston in Texas (di nuovo inondata in questi giorni dagli effetti a terra dell’uragano Harvey) e le frane hanno colpito rinomate località turistiche in Europa. Non si tratta di disastri del tutto inattesi. Per esempio, nel settembre 2015, mentre la Sierra Leone subiva gli effetti devastanti di una epidemia di Ebola che fece migliaia di vittime, una inondazione uccise a Freetown almeno sette persone e diverse migliaia rimasero senzatetto. Per il Texas è un deja vu, in concomitanza con l’anniversario del Tax Day flood del 2016. Non è però onesto parlare di tragedie annunciate: attese sì, senza dubbio; ma non annunciate da un qualunque arcangelo Gabriele. Se davvero fosse sempre così, si sarebbero risparmiate molte vite umane. È accaduto in Texas, dove operano sistemi avanzati di preannuncio, e non è accaduto in Sierra Leone.

Da tempo sappiamo che le alluvioni non sono uguali dappertutto né, soprattutto, sono uguali per tutti. L’alluvione di Firenze del 1966 diede un enorme impulso alla città: economico, culturale e sociale. Al contrario, il disastro del Polesine del 1961 spopolò quelle zone, così come avevano fatto le due grandi alluvioni padane del 1872, quelle che – come racconto nel mio ultimo libro – diedero il via all’irrisolta questione idrogeologica italiana. Una decina di anni fa Undp (United nations development programme) introdusse un indice oggettivo per valutare la severità dei disastri naturali. Lo scopo era quello di analizzare l’evoluzione del rischio nello spazio, ossia nelle diverse aree geografiche del pianeta, e nel tempo, in ragione dello sviluppo economico, culturale e sociale. Il risultato fu abbastanza ovvio: la vulnerabilità diminuisce con lo sviluppo e al crescere della qualità ambientale. E molti sanno che le favelas sudamericane sono un archetipo di vulnerabilità idrogeologica.

A ben vedere, la realtà è più complessa. Studi condotti in Africa – per esempio in Costa d’Avorio, paese noto per avere il più alto numero di persone a rischio d’inondazione di tutto continente – testimoniano questa complessità: da un lato, fattori come la disoccupazione, la bassa alfabetizzazione e la scarsa o assente copertura assicurativa sono una garanzia di bassa resilienza. Dall’altro, la disattenta pianificazione urbana rende parecchi “quartieri alti” assai esposti alle inondazioni. Non c’è dubbio, però, che nelle città africane la mortalità da inondazione continui ad aumentare a causa della diffusione di insediamenti informali, delle inadeguate misure di mitigazione e dell’insalubre e disordinata crescita urbana. Per di più, la maggior parte dei residenti non dispone di risorse per diminuire la propria vulnerabilità o risorgere dai disastri.

Perfino nelle nazioni più ricche, come gli Stati Uniti, l’esposizione al rischio alluvionale non è chiaramente delineata. In alcuni casi, essa cresce fortemente nelle comunità più povere, come accade a Houston in Texas: qui gli ispanici, nativi o immigrati, hanno molta più probabilità di risiedere in aree alluvionabili rispetto agli altri gruppi etnici. A Miami in Florida, sono invece i bianchi non-ispanici a risiedere nelle zone più esposte. Miami, assieme a New York City, è comunque una eccezione, poiché nel nuovo millennio la consapevolezza del rischio è aumentata nelle zone costiere, mentre è diminuita in quelle interne, dove l’urbanizzazione è stata poco attenta al fattore esposizione. E un recente studio sul rischio alluvionale degli Stati Uniti – enormemente cresciuto dal 1950 a oggi – mostra che, in molti Stati, c’è una significativa interdipendenza tra hazard (ossia la probabilità che si verifichi un evento estremo) esposizione e vulnerabilità, che di norma consideriamo come tre fattori indipendenti tra loro.

Dieci anni fa, analizzando la vulnerabilità di tre grandi città, Mumbai, Rio de Janeiro e Shanghai, era emerso che “le classi ricche e più influenti possono semplicemente scegliere di “uscire” dai processi decisionali della politica piuttosto che esprimere la loro preoccupazione per la mancanza di preparazione alle catastrofi. “Uscire” significa evitare la formazione di risorse pubbliche ad hoc e, invece, investire in proprio, per esempio abitando in un luogo sicuro o coprendosi con adeguate polizze assicurative“. Questa preoccupazione è oggi una realtà. Anche perché le misure di mitigazione sono complesse da attuare e richiedono una visione del futuro sul lungo periodo, mentre i politici operano tipicamente su orizzonti a breve termine. È molto difficile, quindi, progettare incentivi tanto intelligenti da far capire – a politici, burocrati, tecnici pubblici e settore privato – che costruire città più eque e meno esposte al rischio sarebbe anche nel loro interesse.