Quattro mezze cartelle, siamo all’ottava proposta editoriale (grosso modo ne viene pubblicata una a settimana, chi ne ha inviate negli ultimi due mesi, insomma, deve pazientare). Per chi volesse proporre un inedito le indicazioni sono in questo post. Buone cose e buona lettura (r.b.)

Incipit

Sono le tre del pomeriggio.
Il sole brucia di una luce accecante. Insopportabile.
Sono le tre del pomeriggio e seduta qui sento ancora la sirena dell’ambulanza che si allontana oltre il fiume, oltre le colline, dove non sono mai stata. Dove non so cosa c’è. Ci svegliano alle quattro del mattino e ci radunano al piano di sotto, ci dicono di stare tranquilli, c’è stato un problema in alcune delle camere, tra poco tornerete a letto. La verità è che alcuni di noi non dormono e sentendo arrivare l’ambulanza hanno iniziato ad agitarsi e a svegliare gli altri. Per questo ora siamo qui. Perché vogliono evitarci il trauma.

Per noi che non riusciamo a vivere, che non sappiamo scegliere. Ma ci siamo abituati. Sappiamo come fare. Sappiamo che ci hanno radunati tutti, che siamo tutti qui meno la persona per cui l’ambulanza è stata chiamata. Sono le tre del pomeriggio e mi preparo per un funerale. Celeste è morta. Arresto cardiaco. L’ennesimo e l’ultimo. Dal primo piano dell’edificio scendiamo le scale in silenzio, tutti insieme, e andiamo nella sala al piano terra. Quella con le finestre che danno sul giardino. Signorina Adele ci lascia scendere di nascosto dagli altri. Quindi siamo tutti qui davanti, in silenzio, a guardare gli infermieri che trasportano una barella con sopra un cadavere coperto da un lenzuolo. Prego che non sia Celeste.

Non so perché non sono stati più attenti, ho sempre immaginato un riguardo particolare nei confronti dei morti, invece alla prima folata di vento, poco prima di mettere il suo corpo dentro la sacca nera, il lenzuolo bianco è volato via. Sulla barella, il corpo deformato di Celeste, scheletrico. La pelle grigio bruna, raggrinzita come quella di una mummia, pochissimi capelli e neanche più un dente. Celeste aveva trent’anni. E quasi quindici li aveva passati a lottare contro l’anoressia. Aveva trent’anni e un aspetto devastante, devastato. Mesi e mesi trascorsi a dirle che poteva ancora farcela, che poteva guarire e a volte pareva crederci davvero ma adesso stava lì. Rigida e fredda. Come una mummia prosciugata. Una mummia prosciugata col pigiama rosa.

Sono le tre del pomeriggio e sto ferma qui, stordita dai sonniferi che ho ancora in circolo nel sangue da stanotte, sdraiata nella vasca da bagno, con la camicia bianca e i pantaloni neri, vestita da uomo. Conciata anche oggi da qualcuno che non sono. Pronta per il funerale di Celeste.
Sento bussare alla porta. È Andrea. Mi chiede come sto, se ho molto sonno, se ce la faccio.
È elegante, impeccabile, io sembro la sua caricatura.
Vieni vestita così?”
Sarebbe meglio se indossassi il vestito nero e raccogliessi i capelli. Non ne ho voglia ma non ho voglia nemmeno del contrario. Sono stanca e ho una brutta nausea. Ma oggi la verità ci ha raggiunti e ci ha assassinati. Oggi cade ogni nostra maschera e restiamo soli. Inermi.
No, pensavo di mettere il vestito nero. Aiutami a uscire dalla vasca…”
Mi sorride. Ora siamo pronti. Tutti quanti. Vestiti di nero, all’inglese, come piaceva a Celeste. E insieme attraversiamo il giardino e il viale alberato. Come macchie nere.
Noi siamo i matti. Siamo i pazzi, i dementi, i folli, i diversi, i malati. Siamo i vasi rotti. Siamo le macchie nere. E questa è la clinica nella quale viviamo.

Righe scelte dall’autore

Non li chiamavano più manicomi.
Le chiamavano strutture residenziali psichiatriche. E noi non eravamo più handicappati, ritardati o squilibrati. Eravamo diversamente abili, minorati mentali e mentalmente instabili. Cambiavano i nomi ma non la sostanza. Sotto la pressione dei nuovi bisogni morali della società, ogni cosa, ogni imperfezione, assumeva un nome più gentile, più istruito. E non dipendeva da un miglioramento della sensibilità collettiva, ma dal nuovo imperativo sociale di perfezionare l’estetica. Per non vedere la sporcizia, il crimine, lo squallore della vita. Perché a volte non bastava, non bastava voltare la faccia dall’altra parte, costruire i manicomi fuori dalle città, come le discariche, le carceri e tutto ciò che si sarebbe voluto non esistesse, a volte serviva abbellire, serviva ungere i cadaveri per coprire il cattivo odore, lucidare le mele piene di vermi e metterle nel centrotavola. Serviva dare dignità sociale a ogni immagine. Serve che l’apparenza sia decorosa, che si comprino oggetti di lusso anche se non si hanno i soldi per arrivare a fine mese, che si invitino gli ospiti e si festeggino i compleanni, che si scattino le foto di famiglia anche se ci si odia a morte. E questo valeva anche per noi, valeva soprattutto per noi. Eravamo cadaveri maleodoranti, mele piene di vermi.
Restavamo comunque marci.

Quarta di copertina

Giulia è una ragazza di trent’anni ricoverata in una clinica psichiatrica perché malata di depressione. Il giorno prima della sua dimissione, una delle sue più care amiche, Celeste, muore di anoressia nervosa. Il suo funerale è l’ultimo evento al quale partecipa prima di lasciare la struttura e andare a vivere con il suo ragazzo, Andrea, malato anche lui. I due ritornano nella loro cittadina d’origine e Giulia, che narra la vicenda, racconta la loro convivenza, le loro malattie, i tentativi di normalità e lo stigma e i pregiudizi dei quali sono vittime, descrivendo ogni cosa dal suo personale punto di vista, che è permeato da un senso di irrealtà ed estraneità sociale e da un profondo senso di inadeguatezza, nonché dall’incapacità di capire la quotidianità. Il romanzo è incentrato sul tema della malattia mentale e cerca di dimostrare come ogni caso clinico abbia una sua chiave di lettura e come, una volta conosciuta quest’ultima, ci si renda conto di come ogni malattia abbia una sua logica.

L’autrice

Elisabetta Atzori è nata nel 1993. Ha compiuto studi umanistici e parallelamente ha approfondito il tema della psichiatria, sua enorme passione oltre alla letteratura, alla poesia e all’arte in genere. Questa è la sua opera d’esordio, attualmente inedita.

atzorielisabetta@hotmail.it