Lo Stato Islamico si fa largo in Afghanistan. L’attacco armato alla moschea sciita Imam Zaman, a Kabul, è solo l’ultimo di una serie che ha fatto crescere, nel 2016 e nel 2017, il numero di attentati che portano la firma di Daesh. Stragi e decapitazioni ai danni della popolazione sciita, sporadiche alleanze con i Taliban e una capacità attrattiva nei confronti delle frange jihadiste più estremiste, hanno fatto crescere l’influenza di Wilayat Khorasan, la provincia di Isis in Afghanistan. “La conquista della leadership terroristica nel Paese rappresenta ancora un’utopia – dice però Francesca Manenti, analista per l’Asia del Centro Studi Internazionali (Cesi) -, ma l’ascesa di Daesh nel Paese aumenta il rischio sicurezza per due soggetti in particolare: forze governative e truppe internazionali. Soprattutto i soldati americani pronti a tornare nel Paese”.

A suscitare sorpresa e preoccupazione sono i risultati di un’indagine svolta dai funzionari della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama). Secondo l’Onu, l’attacco sferrato a inizio agosto al villaggio sciita di Mirzawalang, nella provincia settentrionale di Sar-e-Pol, che ha provocato 36 vittime, tra cui molti civili, sarebbe frutto di una collaborazione tra combattenti Taliban della Shura di Quetta, guidata dal mullah Haibatullah Akhunzada, e jihadisti con a capo Sher Mohammad Ghazanfar, ex comandante Taliban che ha giurato fedeltà al brand di Abu Bakr al-Baghdadi. Una partnership della quale i due gruppi avrebbero usufruito anche in occasione di altri attacchi.

Il portavoce dei Taliban, Zabiullah Mujahid, ha prontamente smentito le rivelazioni dell’Unama ricordando che l’intento del gruppo non è mai quello di colpire la popolazione, bensì le forze di polizia locali o i militari stranieri. “Mi sento di dire – continua Manenti – che si tratta di alleanze temporanee, circoscritte e legate a singoli episodi. I due movimenti hanno obiettivi strategici troppo diversi al momento”. Mentre i seguaci del Califfo stanno cercando di uscire dalla fase embrionale nella quale ancora si trovano nel Paese, reclutando il maggior numero di uomini possibile e aumentando il numero di attacchi nel Paese, come riporta Reuters citando l’annuale Global Terrorism Database a cura dell’Università del Maryland, i Taliban vogliono tornare ad avere un ruolo politico a Kabul. Uccidere civili non li rende però un soggetto con il quale il governo può pensare di dialogare e, inoltre, provoca una perdita di consensi anche tra la popolazione. “Le dinamiche dell’attacco – continua l’analista – fanno pensare a un accordo tra comandanti locali che, forse, è sfuggito anche ai vertici Taliban. Innanzitutto, la strage di civili con tanto di decapitazioni è una tecnica tipica dello Stato Islamico, non dei Taliban. Questo può far pensare a una collaborazione che, però, ha avuto come risultato due attacchi distinti avvenuti uno dopo l’altro. Secondo, Ghazanfar è un ex combattente Taliban passato sotto la bandiera di Daesh e che sta cercando di portare con sé il maggior numero di suoi ex commilitoni. C’è un collegamento, quindi, tra lui e i comandanti Taliban locali e questo potrebbe aver dato vita a una collaborazione occasionale”.

Ghazanfar, come il resto dei vertici di Daesh nel Paese, cerca di portare sotto il suo comando il maggior numero di combattenti possibile per cercare di rendere il movimento un protagonista sempre più influente nello scenario afghano. Un progetto che, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa governativa russa Tass citando l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, sarebbe già avviato, con migliaia di combattenti provenienti da Siria e Iraq che si starebbero raggruppando in Afghanistan. “Il piano dei miliziani di Isis è quello di allargarsi e far crescere il numero dei combattenti – dice Manenti – ma per la loro eterogeneità, lo spazio ridotto e l’attuale forza dei Taliban mi sembra ancora un’utopia”.

Chi più di tutti deve essere preoccupato dall’ascesa di un nuovo gruppo terroristico nel Paese e dalla sua volontà di imporsi sulla scena militare sono le forze di sicurezza afghane e le truppe internazionali. Soprattutto quelle americane, le più presenti nel Paese con 8.400 uomini su un contingente di 13 mila soldati, che dopo l’annuncio del Presidente Donald Trump torneranno a crescere nel Paese. “Non so se la volontà di sferrare un attacco contro le forze di sicurezza potrà giustificare un’altra alleanza tra Taliban e Stato Islamico – conclude Manenti – Di certo, le truppe internazionali rappresentano un nemico comune. E questo, per Stati Uniti e Paesi della coalizione, vuol dire avere un nuovo nemico da combattere e dal quale guardarsi le spalle”.

Twitter: @GianniRosini