Ritrovarsi pochi mesi dopo essersi lasciati: troppo presto per aver dimenticato. Per questo Roma-Inter non è stata una partita qualsiasi, è stata soprattutto il loro incontro. Luciano Spalletti e la Roma non si amano più, ma nemmeno si sono ancora indifferenti. In maniera diversa: il tecnico toscano con la falsa serenità dell’ex che ti augura ogni bene, ma in realtà non vede l’ora di dimostrare cosa ti sei perso; i giallorossi col livore di una moglie tradita, al punto da accoglierlo all’Olimpico come il peggiore dei nemici. Roma odia Spalletti, ma forse lo rimpiangerà.

Il risultato pare la vendetta perfetta, perché arrivato in maniera beffarda, per certi versi immeritata (i tifosi giallorossi ancora recriminano sui tre pali colpiti, oltre che per il solito presunto rigore non concesso) e dopo la bordata di fischi del prepartita. Nella Capitale sembrano essersi scordati di quanto è stato importante per loro Spalletti. Dopo Capello, il miglior allenatore degli ultimi 15 anni. Dopo Liedholm, il tecnico più longevo sulla panchina giallorossa: una storia di 7 stagioni insieme divise in due avventure, tra tante soddisfazioni e un paio di delusioni cocenti, finita malissimo per colpa del tormentone del ritiro di Totti.

Il campo gliel’ha ricordato. Più che degli episodi, la vittoria dell’Inter è stata il frutto dell’unità di squadra dei nerazzurri, che i giallorossi sembrano aver smarrito in una sola estate. È questo il primo dato che emerge dalla sfida dell’Olimpico: al netto del punteggio finale, che avrebbe potuto essere molto diverso, la Roma sembra aver fatto enormi passi indietro rispetto all’anno scorso. Indebolita negli uomini (ha perso Rudiger e Salah, il difensore e l’attaccante più forti che aveva in rosa, e l’imminente arrivo di Schick non compenserà l’addio dell’egiziano), confusa nel gioco e fragile nella testa (subito il pareggio la squadra è letteralmente sparita dal campo) come non si vedeva da due anni. Dall’arrivo di Spalletti, appunto.

Il tecnico toscano ha avuto la sua rivalsa, dunque. Eppure non può essere davvero soddisfatto. Non solo perché l’Inter è ancora un cantiere aperto, per 50 minuti buoni è stata in totale balia degli avversari (anche per una formazione iniziale evidentemente sbagliata), e ha bisogno di essere completata in questi ultimi giorni di mercato (senza un difensore e un esterno d’attacco la rosa non sarà competitiva). C’è dell’altro. Quelle parole troppo smielate per essere sincere, gli ostentati abbracci ai giocatori giallorossi a fine partita (chissà poi quanto graditi) dimostrano che Spalletti non ha ancora chiuso i conti col passato, e non è poi troppo diverso dai suoi ex tifosi che lo fischiano. La vittoria dell’Olimpico – un risultato d’inizio stagione, così casuale e poco attendibile – lascia il tempo che trova. In fondo, “la miglior vendetta è la felicità”. Spalletti la troverà in nerazzurro, solo se riuscirà con l’Inter dove aveva fallito in giallorosso: vincere, dimostrando che il problema non era lui. E allora qualcuno nella Capitale magari lo rimpiangerà per davvero.

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