Corruzione, falsa testimonianza e appropriazione indebita. É arrivata a Seul l’attesa sentenza a carico di Lee Jae-yong, vicepresidente ed erede designato di Samsung Electronics. Il figlio del presidente Kun-hee Lee è stato condannato a 5 anni di carcere: secondo l’accusa, che aveva chiesto 12 anni, avrebbe versato una tangente da oltre 38 milioni di dollari all’ex presidente Park Geun-hye.

Il processo, durato sei mesi, è partito dallo scandalo corruzione che ha travolto il governo e portato alle dimissioni di Park. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Lee avrebbe fatto avere il denaro a una collaboratrice della presidente, Choi Soon-sil, nota come la “Rasputina“, al fine di ottenere il sostegno del fondo pensione pubblico al piano di riassetto intragruppo il cui scopo era di rafforzare il suo controllo sulla catena di comando del gruppo: sul totale, 20,4 miliardi di won sarebbero finiti a Mir e K Sports, fondazioni dubbie riconducibili a Choi. Il pagamento avrebbe incluso un corso di equitazione in Germania per la figlia di Choi, del valore di oltre 6 milioni di dollari.

La condanna a cinque anni è una delle più pesanti mai inflitte in Corea del Sud al leader di una grande corporation, e potrebbe rappresentare un precedente pesante per un Paese dove i grandi conglomerati a conduzione familiare (chiamati chaebol) detengono da sempre un enorme potere economico. “La sentenza è un punto di svolta per i chaebol”, spiega Chang Sea-jin, professore presso l’Advanced Institute of Science and Technology di Seul, sottolineando che “prima i grandi gruppi si ritenevano al di sopra della legge” mentre ora “la sentenza Lee stabilisce un precedente per una rigorosa applicazione delle regole”.

In passato molti magnati, tra cui il padre di Lee, erano stati condannati per crimini come corruzione, appropriazione indebita e evasione fiscale, solo per ottenere in breve il perdono presidenziale nel timore che pene troppo pesanti avrebbero danneggiato l’economia nazionale. Il nuovo presidente sudocrano, Moon Jae-in, eletto a maggio, si è impegnato pubblicamente a frenare lo strapotere dei grandi gruppi e porre fine alla pratica di perdonare i tycoon condannati. Alla notizia del verdetto, il titolo del colosso dell’elettronica ha perso circa il 3% alla borsa di Seul, per poi attestarsi su un calo attorno all’1%. Jay Y.

Lee rappresenta la terza generazione ai vertici di Samsung (fondata nel 1938 da Lee Byung-chul) ed è di fatto a capo dell’azienda da quando, nel 2014, suo padre Kun-hee si è visto costretto a farsi da parte dopo un attacco cardiaco. Gli investitori temono che la mancanza di una leadership certa possa rallentare lo sviluppo del gruppo, che ha più di sessanta società affiliate e un patrimonio di 322,13 miliardi di dollari. Le società quotate controllate da Samsung rappresentano circa il 30% del valore di mercato dell’indice KOSPI della Corea del Sud. Il caso legale non ha finora intaccato il rating del gruppo e gli analisti non prevedono conseguenze drammatiche sui mercati.

L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha comunicato che il proprio giudizio su Samsung Electronics non viene intaccato dalla condanna: “Prevediamo un protrarsi delle vicende legali su questa questione dal momento che il vice presidente è probabile che faccia appello”, si legge in una nota. “L’impatto sui rating è limitato a questo stadio perché questo evento è probabile che non colpisca le operazioni ordinarie della società”, sostiene S&P.