Mattina presto. Dormono ancora tutti. Me ne sto a faticare in palestra. Una specie di cubotto tutto vetri. Da fuori non si vede dentro, da dentro invece si vede quello che succede fuori. Sono passate le cinque da un po’.

Si apre lentamente il cancello, artistico ghirigoro in ferro battuto, con una coppia di leoni in pietra che lo sorvegliano, spinto dal guardione, ovvero l’uomo della sicurezza. Divisa nera. Incomprensibile, per me, scritta sulla schiena. Ci sarà scritto “Sicurezza”, oppure “Polizia privata”, oppure “Chi si avvicina sparo”. No, questa no. Non è armato.

Alto. Magro. Giovane: intorno ai vent’anni. Dalla faccia deve essere di origine mongola. Forse. Ce ne fossero due che si assomigliano. D’accordo, in questo immenso paese dalle 297 lingue, di cui quella ufficiale lo Hanyu, o lingua Han, possiede otto dialetti principali, parlate da 56 etnie diverse; va bene che le loro possibili combinazioni fanno venire il mal di testa per quante sono, ma ci sono anche un miliardo e quattrocento milioni di cinesi. Decine di milioni in più o in meno. Due più o meno simili si dovrebbero incontrare ogni tanto, no? No! Lasciamo perdere.

Il guardione non si accorge che sono in palestra. Prende la manichetta dell’acqua e inizia a innaffiare le aiuole di bambù che bordano i vialetti del campus. Il che mi lascia alquanto perplesso perché durane la notte è venuta giù acqua a catinelle. Un temporale degno di questo nome: vento, tuoni, fulmini, secchiate d’acqua. Cosa innaffia a fare se la terra è un pantano? La risposta è che qui insegnano a fare, ad agire seguendo indicazioni e ordini dati con un dettaglio esagerato. Gli è stato detto che dalle cinque e mezza alle sei e mezza di ogni mattina, lui deve innaffiare. Comunque. Lui lo fa. Con metodo, ordine e disciplina. Ogni aiuola lo stesso tempo di erogazione acqua, sempre la stessa posizione rispetto all’aiuola.

Continuo a correre sul tapis roulant, modello cavia da laboratorio, continuo a guardarlo, perplesso. Lui segue la sua routine, io la mia. Il tempo sembra sospeso. Il ronzio dell’aria condizionata; il rumore lontano dell’acqua che cade al suolo; lo stormire delle foglie nel vento della mattina. Ipnotico. Tempo sospeso, ma accade qualcosa del tutto inatteso.

Il ragazzo lascia cadere la manichetta. Rimango così sorpreso che incespico. Quasi perdo l’equilibrio.

Il ragazzo si guarda intorno. Si immobilizza sull’attenti. Braccia rigide lungo il busto. Schiena dritta, sguardo fisso, muso franco. Inizia a marciare con una specie di passo dell’oca con pausa intermedia. Copia conforme di quello che fanno i militari russi. Mi sa tanto che lo hanno importato dall’Armata rossa e migliorato, come sono soliti fare. Qui non copiano. Imparano e migliorano, ne riparleremo.

Va avanti, si ferma, gira su se stesso, riparte. Avanti e indietro. Un metronomo. Perfetto. Ha uno strano sorriso sul viso. Non è su questo pianeta. Mi parte la fantasia, al solito.  Ripensa a quando stava facendo il suo servizio militare. Deve essere stato per lui un bel periodo. Un ruolo, sicurezza, appartenenza a una comunità. Gli elementi di base della cultura cinese, derivata e ancorata alla terra.

Chissà da dove viene. Pechino è piena di gente che da qualche paesino sperduto fra le campagne o le montagne è venuto nella grande città dell’est a cercare fortuna.

Lui non credo l’abbia trovata. Certo, ha un lavoro, avrà un salario di un paio di migliaia di rembimbi, o yuan, o Rmb, qual dir si voglia la valuta locale, al mese. Qualche centinaio di euro al mese.  Vero che la vita costa poco, ma non c’è da fare la bella vita.

Non la fa di certo. Seduto tutto il giorno nel suo ufficietto a fare nulla. Assolutamente nulla. Sta seduto, circondato da monitor muti. Non parla. Non interagisce con nessuno. Si alza per venire a pranzo alla mensa della scuola e se ne sta da solo: muto. Stessa grande avventura della giornata quando è ora di cena. Si alza, viene alla mensa, riempie il piatto, spolvera tutto, si alza e torna nel suo ufficietto. Si siede. Appoggia la testa sulle braccia e si addormenta, piegato in due, sul piano della scrivania. Quando si sveglia segue gli ordini dati. In fondo, forse, per lui è meglio non pensare, ma è vita?