Alcuni giorni fa, dalle mie parti, è morto sgozzato un ragazzo straniero. Colpito alla gola da un connazionale, durante una rissa, da un coccio di bottiglia, è morto dissanguato in mezzo alla strada. La notizia l’ho letta sul sito dell’Ansa e, mosso dalla consueta curiosità, mi sono soffermato su alcuni commenti postati in calce alla news. Rimanendone semplicemente agghiacciato. “Una risorsa di meno, avanti così. Finché si ammazzano fra loro ben venga” ha esordito uno. “Non basta, visto che arrivano in continuazione i rimpiazzi…” ha risposto un altro. “Ci sarebbe il sistema per eliminare il problema alla radice, tanto per cominciare però la condizione primaria sarebbe far fuori tutti quei buonisti radical chic del cazzo che li vogliono accogliere (non in casa loro però!)” ha rincarato l’uno. “Spero che tu muoia. Una risorsa di meno”, ha poi replicato un altro ancora. Il finale: “Spero che ti si inculi una ciurma di negri. Un sinistronzo di meno”.

Anche complice il clima di caccia alle streghe e di speculazione politica che avvelena il tema dell’immigrazione, è sempre più frequente imbattersi in ‘dibattiti’ di questo genere. Ed ogni volta che mi accade, gli interrogativi sulla natura bestiale dell’uomo mi assalgono. Ma mi domando, soprattutto e con crescente preoccupazione, in cosa si stiano trasformando le nostre povere comunità. Sempre più allagate come sono da un mare di astio e livore che non si ferma nemmeno di fronte alla morte. E che, anzi, la cavalca, saccheggiandone e violentandone il valore ‘sacro’, per spiegare, dalla tribuna di Social, di un giornale, di una Tv e sempre più spesso di un palco elettorale, le proprie supposte verità e ragioni.

Anche in questa occasione mi sono chiesto perché ad una deriva sociale, che sta trascinando sempre più in basso l’asticella del nostro impianto valoriale intaccando le radici del vivere collettivo, non sembra possa esserci freno. Sono un mero osservatore di fenomeni sociali, ma non mi sfugge certo come l’impoverimento economico di sempre più larghi strati della popolazione avvenuto negli ultimi anni, unito alla marginalizzazione sociale che ne è derivata, siano stati la benzina per far accendere (o riaccendere?) il fuoco dell’odio che, manifesto o sotto traccia, pervade ormai ogni pertugio della nostra società. E che, per inciso, la politica, affiancata e sorretta dal megafono di un sistema mediatico alla frutta, disgraziatamente utilizza ed alimenta scientemente, invece che contrastare con il senso di responsabilità a cui dovrebbero ispirarsi gli eletti.

Un quadro nel quale i poveri sono sempre più poveri ed i ricchi sono sempre più ricchi non può però essere la principale e sommaria spiegazione del punto, di non ritorno, a cui siamo giunti. Anche perché la rabbia dilaga in modo trasversale, abbraccia gruppi sociali diversi per potere economico, estrazione sociale e livello culturale. E l’odio, sfogato come nel nostro caso per ragioni razziali, non possiamo neppure associarlo semplicisticamente alle paure, insicurezze ed al degrado che flussi immigratori incontrollati hanno contribuito a generare.

C’è qualcosa, credo, di più grave e profondo, che ha invaso ed inaridito i tessuti connettivi delle nostre comunità ben prima che la crisi economica arrivasse e il problema immigrazione scoppiasse. E che crisi e paure non hanno fatto altro che far detonare. Rimuovendo con veemenza i puntelli valoriali, etici e pure ideologici che peraltro, nei momenti più complicati e drammatici della storia d’Italia, ci hanno salvato e permesso di imboccare nuovamente la strada verso il futuro.

Ciò che sta facendo saltare in aria le regole della civile, umana e compassionevole convivenza di questo Paese temo abbia a che fare con un senso di appartenenza comunitario mai giunto ad un livello così basso. Sovrastato da un sentimento di menefreghismo e di sprezzo delle regole, da istinti di conservazione individualistica primordiale. Che da tempo hanno preso piede dalle nostre parti e che è impossibile riscontrare, con la stessa intensità, in altre società ‘evolute’, almeno nella grandissima parte del panorama europeo. È una specie di Far West quello si va configurando nell’Italietta sempre più gretta, rancorosa e disumana. Dove pericolosamente le tensioni bestiali trovano terreno fertile e luogo di espressione. Fino alle più tragiche conseguenze. Fino a quando un morto ammazzato, solo perché è di colore diverso dal nostro, diventa una x da segnare sul display dei piattelli centrati.

@albcrepaldi