La terza tappa della Vuelta 2017 è quella che dovrebbe vedere in azione i big. Si va da Prades Conflent Canigò ad Andorra, i Pirenei come primo terreno di scontro fra i campioni. Si parte dalla Francia e si arriva ad Andorra ma è il Giro di Spagna, la corsa che abbraccerà per tre settimane uno stato ferito e che oggi e domani lambisce i luoghi del terrore.

 

 

Domani il gruppo sarà in Catalogna ma anche oggi, prima di mettere piede nel Principato e scalare il Coll de la Rabassa, a la Seu d’Urgell ci si ritroverà a meno di 90 chilometri da Rippol, dove viveva il marocchino Abdelbaki Es Satty, 40 anni, l’imam sospettato dalla polizia di essere all’origine del processo di radicalizzazione dei giovani connazionali autori e complici dell’attacco terroristico di Barcellona. La mente che ha concepito e trasmesso cotanto terrore viveva serenamente in un paesino di 11mila abitanti nel centro della Catalogna.

La serenità che ha tolto a una città, una regione, uno stato e a tutti noi. Ancora una volta, l’ondata emotiva travolge il mondo, come una goccia che cade su uno specchio d’acqua allarga l’onda che poi ritorna piccola e fa il percorso inverso. Dall’allerta e cordoglio mondiale resta la ferita, quella intima, quella di chi ha perso gli affetti, quelli di chi ha visto le strade di casa stuprate per sempre. Uso questi termini forti perché è così, non ditemi che se passerete dalla Rambla, ma anche sul London Bridge, o sugli Champs-Élysées, non vi verrà in mente il sangue, il terrore e appena dopo l’insicurezza, lenita appena dalla ragione che ci dice “qui è già successo”.

Ecco la questione è proprio il dove, sappiamo che avverrà, non quando, non come e men che meno il perché. Gli esperti che nei giorni scorsi cercavano risposte “politiche” a questo atto si sono dovuti arrendere all’evidenza, pianificato ma non mirato, follia allo stato puro senza che la cosiddetta “strategia del terrore” seguisse un disegno di pressione politica al governo spagnolo e all’Europa.

In questo clima è arrivata lì dove le lacrime scorrono ancora, una corsa ciclistica, la Vuelta, che è spagnola, ma in gruppo c’è il mondo intero e forse mai come in questi giorni pedalare in strada, uniti, assume un significato diverso. Farlo è la normalità, farlo da sportivi con tanti tifosi ai bordi delle strade dei villaggi e delle città attraversate è festa.

Io ci ho pensato mille volte ormai, il ciclismo, come tutte le discipline all’aperto, non possono essere blindate (come il calcio ad esempio) ma pur prendendo precauzioni proseguono come è proseguita la quotidianità di Barcellona, della Rambla che già la mattina seguente l’attentato era riaperta al flusso di gente. Andare avanti è l’unica soluzione, quella che ci permette oggi di guardare e commentare gli scatti dei ciclisti sulle salite pirenaiche. Anche per i campioni delle due ruote la regola è da sempre quella, rialzarsi dopo una caduta e andare avanti.