Il copione è sempre lo stesso: atto terroristico, rabbia, manifestazioni di solidarietà; e la solita propaganda mediatica. Se l’informazione corrisponde alla produzione di conoscenze controllate intorno a determinati episodi, la comunicazione ha lo scopo di orientare il modo di pensare del pubblico, nel senso previsto e voluto da chi comunica. La comunicazione in senso generale, e con essa l’informazione, sia giornalistica sia televisiva, rappresentano un grande potere che porta con sé un’altrettanto grande responsabilità. Tale responsabilità è nelle mani degli operatori, siano essi giornalisti, broadcaster o opinion leader, i quali, veicolando un messaggio verso un pubblico di fruitori più o meno vasto, hanno il dovere della completezza, dell’obiettività e dell’imparzialità; anche quando il messaggio stesso è contestualizzato dall’opinione legittima di chi comunica. Ma noi questo facciamo finta di non saperlo! Lasciando così che l’informazione sbagliata o manipolata continui a privare il cittadino della conoscenza della verità.

Come di regola, ormai a ogni attentato la tv nostrana ci ripropone i soliti volti noti che di terrorismo, Islam, immigrazione e/o argomenti correlati sanno ben poco, ma proprio in quanto ‘volti noti’ hanno la presunzione di sapere tutto, creando una totale disinformazione. Stessa cosa vale per articoli scritti per manifestare il proprio disappunto, senza però aver alcun affinità con il tema trattato.

Ancora con i cadaveri a terra e le operazioni in corso, qualche politico era già pronto con la propria battaglia personale ad accusare questa o quella corrente politica speculando così su eventi tragici. Il terrorismo islamico che oggi sta colpendo l’Occidente, ma che fa morti ogni giorno in Medio Oriente, diventa terrorismo mediatico quando ai fatti reali si aggiunge una manipolazione delle informazioni. Il noto giornalista polacco Kapuscinski, scomparso nel 2007, aveva dichiarato: “I media, anche quando non prestiamo loro fede, anche quando riteniamo che mentano, hanno un’enorme influenza sull’uomo, in quanto stabiliscono in sua vece l’elenco degli argomenti, limitando così l’attività di pensiero a una serie di informazioni e opinioni impartite dall’alto”.

Per l’ennesima volta abbiamo assistito a un’evoluzione del fenomeno terroristico che ci coglie di nuovo impreparati. L’informazione deve essere mirata e completa e non deve avere una funzione giustificatoria per ciò che è ingiustificabile e barbarico, ma può essere utile a comprendere meglio il problema per apportare soluzioni efficaci.

Secondo il prof. Marino D’amore, crimonologo e esperto di comunicazione, da me intervistato, “È importante comprendere che gli attentati sono la naturale conseguenza delle politiche internazionali e militari occidentali conferiscono agli attentati stessi significati di guerriglia. Un importante aspetto è legato all’uso eccessivo di immagini e filmati particolarmente cruenti nei notiziari, nonché nei talk show che, per ore, riempiono i palinsesti televisivi. Tale utilizzo a volte sfocia nella mera spettacolarizzazione dell’atto in sé, senza informare in modo esaustivo e soprattutto pluralistico, ma soprattutto amplificando le azioni e gli effetti sia psicologici che strumentali dell’evento stesso”.

Raccontare il ‘terrorismo’ infatti non è assolutamente facile, semplificando sarebbe come voler raccontare le motivazioni o giustificazioni delle azioni di un pazzo. Nessuno può prevedere le prossime mosse perché il ‘terrorismo islamista’, se così vogliamo chiamarlo viaggia su frequenze diverse. Quelle che fino a oggi erano le nostre certezze, con gli ultimi eventi perdono terreno e siamo costretti a fare qualche passo indietro.

Alcuni aspetti come l’identikit del terrorista tipo, ad esempio, vengono a mancare. Sparisce l’elemento fortemente identitario e celebrativo legato al martirio: il terrorista non si suicida più, in alcuni attentati, ma cerca di scappare per poter pianificare altri atti (ad esempio si iniziano a utilizzare false cinture esplosive). “I media – prosegue il Professor D’Amore – dovrebbero evidenziare che il reclutamento terrorista è immediatamente legato all’esclusione sociale, motivo per cui la causa jihadista esercita un profondo appeal soprattutto sulle seconde e terze generazioni delle comunità islamiche immigrate, rappresentando un’irrinunciabile occasione di riscatto per schiere di giovani gonfie di risentimento e vendetta. È sbagliato, poi, fare assurde sovrapposizioni e inferenze tra immigrazione e terrorismo, parte dei radicalizzati arrivano o tornano in Europa attraverso i flussi migratori, ma sono circa lo 0,002%, una parte residuale tuttavia esistente che richiama a una gestione comunitaria del fenomeno e non meramente nazionale. La radicalizzazione ora, non avviene più, o non solo, in carcere o in qualunque altro luogo di aggregazione, ma può avvenire tra le proprie mura domestiche attraverso la Rete, Internet è un vero e proprio vettore di ideologia, fanatismo e potenziale reclutamento”.

Per questo la comunicazione diventa essenziale nella trasmissione di notizie e informazioni che non devono essere manipolate semmai dovrebbero garantire la ricerca di verità nascoste che si celano dietro dichiarazioni ufficiali e comunicati emessi dalle fonti.