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Nel precedente post, avevamo visto come il contemporaneo sovrapporsi di tre fenomeni epocali quali il liberismo economico, sempre più spinto; l’automazione, sempre più avanzata e la globalizzazione, che invece di essere guidata verso una reale integrazione proficua per tutti, è lasciata al libero sfruttamento di chi la usa al solo scopo di farne vile guadagno, sfocino di fatto in squilibri molto gravi nelle economie più sviluppate, determinando persino in quegli stessi paesi classificati come “ricchi” vere e proprie sacche di nuova povertà. Questa condizione è ovviamente molto mal tollerata da chi in precedenza povero non era perché vive la nuova situazione come una sconfitta ed una ingiusta condanna all’emarginazione.

L’avvento del “decisionista-avventurista” Donald Trump a capo supremo della superpotenza americana ha certamente contribuito a rendere ancor più fluida e incerta la situazione globale. Come dice Benn Steil nel suo interessante articolo “The Marshall Plan and America First”: “What is striking about this policy, however, is not that it places American interests first. It is the misguided way in which those interests are being defined” (Ciò che stride in questa politica, tuttavia, non è che mette gli interessi americani al primo posto, è il modo improprio nel quale egli li coniuga).

L’America è già tornata al boom economico e in Europa si affaccia una “ripresina” che fa ben sperare (specialmente gli ottimisti di mestiere), ma è molto meglio non illudersi. Con le premesse di cui sopra è certo che il sereno è ancora lontano da raggiungere, stiamo solo vedendo la quiete al centro dell’uragano, l’altra parte, forse la peggiore, deve ancora arrivare. Tuttavia è proprio in questi frangenti che i macro-economisti cominciano a pensare a come risolvere questi problemi di dimensione globale.

Ci ha pensato la popolare rivista economica americana Fortune a lanciare un coraggioso sguardo in avanti. Con l’articolo “Why free money could be the future of work” (Ecco perché il denaro gratuito può essere il futuro del lavoro) stanno proprio dicendo che in un futuro nemmeno tanto lontano potrebbe diventare normale prassi economica l’erogazione a tutti, indistintamente e senza fare niente, di un reddito minimo garantito. Il diritto verrebbe acquisito automaticamente insieme alla cittadinanza.

Roba da manicomio, vero? Lo era forse fino ad un anno fa, ma adesso il vento sta girando tanto rapidamente (vedasi la prima parte di questo articolo) che tra non molti anni il manicomio potrebbero invece rischiarlo proprio quelli che pretendessero di condurre l’economia come abbiamo fatto fino a ieri.

Già lo scorso anno il Consiglio economico della Casa Bianca (c’era ancora Barack Obama) ha valutato in uno studio che nel prossimi vent’anni l’83% dei lavoratori che guadagnano meno di venti dollari l’ora perderanno il loro posto sostituiti da automi o da software che faranno le stesse cose magari meglio e più in fretta. Non è il sogno di ogni libero imprenditore? Far fare il lavoro ad automi che producono di più senza mai protestare, né chiedere permessi, né ferie.

Va bene, ma sostituire i lavoratori con automi ha pur sempre un costo, l’impresa non può pagare entrambi. Certo! Anche i due giornalisti di Fortune affrontano subito l’argomento con molto scetticismo, ma poi, dopo aver intervistato persone di assoluta serietà e competenza, hanno cominciato anche loro a vederci più chiaro.

La prima intervista è con Sam Altman, non un qualunque teorico seduto dietro ad una scrivania, ma proprio un Ceo (Chief Executive Officer), cioè un capo d’impresa della Silicon Valley, la Y Combinator. Lui sta proprio sperimentando nei fatti, con la sua impresa in Oakland, come si comportano 50 persone di varia estrazione alle quali paga 1500 dollari al mese… per far niente!

Naturalmente non è obbligatorio non far niente, si può anche scegliere da far qualcosa, ed avere una retribuzione aggiuntiva, ma questo esula da quello che loro chiamano U.B.I. (Universal Basic Income) cioè qualcosa di simile al “reddito di cittadinanza” proposto dal M5S in Italia. Ma qui vanno oltre e vedono già l’Ubi non come un salvagente da usare per tenere a galla i poveri operai diventati inutili, ma proprio come il nuovo modello di società automatizzata, dove il lavoro materiale verrà sempre in quantità maggiore eseguito dalle macchine e l’uomo potrà scegliere di fare ciò che più gli aggrada senza rischiare di cadere nell’inferno della fame e della povertà.

La ricchezza necessaria a sostenere Ubi la forniranno gli stessi soggetti che ora se ne stanno appropriando disinvoltamente (è Bill Gates a proporlo in una intervista su The Conversation), cioè tutta la robotica e gli algoritmi oggi usati nell’industria e in ogni transazione d’affari. Naturalmente, siccome per farlo occorre rivoluzionare tutto il sistema della tassazione nelle maggiori economie industriali, questa riforma non potrà certamente essere tra le più semplici da attuare.

Ma non è utopia, è perfettamente possibile sul piano economico e a pensarlo non c’è solo Altman. Se si facesse in modo che il reddito prodotto dalle aziende automatizzate venisse speso di preferenza nella stessa area (o nazione) di produzione, e venisse distribuito con equilibrio, la dissociazione tra produttori della ricchezza (automi) e fruitori (persone), non produrrebbe squilibrio sociale (come avviene adesso), ma anzi consentirebbe un riequilibrio economico e una riappropriazione del proprio tempo alle persone e alle famiglie.

A sostenere Ubi (sotto varie forme) ci sono già tutti i più grandi nomi del comparto tecnologico, da Zuckerberg (Google) a Elon Musk (Tesla); da Chris Hughes (Facebook) a Pierre Omidyar (Ebay). E non manca nemmeno il “primogenito” di tutta questa progenie di geniali inventori, quel Bill Gates (Microsoft) che proprio nei giorni scorsi ha fatto una nuova favolosa donazione di altri 5 miliardi di dollari alla sua fondazione umanitaria per la cura di malattie epidemiche, la lotta alla fame e molto altro.

Ovviamente sappiamo che purtroppo non bastano le buone intenzioni dei maggiori inventori al mondo per realizzare questa specie di Eden globale, occorre anche conquistare la volontà di politici che troppo spesso appaiono piu attratti da altri meno nobili interessi.