Steve Bannon è fuori dell’amministrazione. Prepariamoci a Steve Bannon “il barbaro”. Nel momento in cui il chief strategist della Casa Bianca perde il posto, è probabile che a riemergere sia il teorico della alt right, l’uomo che ha fatto di Breitbart News l’organo più ascoltato della destra radicale, capace di influenzare le politiche del partito repubblicano. Chi insomma festeggia per la caduta di Bannon, sarà probabilmente presto deluso. Bannon lascia l’amministrazione per restare un protagonista di primo piano della scena politica americana.

Al momento della nomina, nella posizione di capo stratega appositamente creata per lui, lo stesso Bannon aveva previsto di restare nell’amministrazione Trump per un periodo variabile tra gli otto e i dodici mesi. Più o meno, la previsione si è realizzata. Bannon abbandona la Casa Bianca dopo poco meno di otto mesi. A farlo allontanare, sono le stesse ragioni che ne hanno deciso la nomina (e che lo hanno reso un consigliere apprezzato e ascoltato da Trump): la sua radicalità, la capacità di legare questa presidenza agli impulsi più estremi e nazionalisti di una parte dell’elettorato americano.

Paradossalmente, Bannon se ne va proprio nel momento in cui Trump rilancia con più forza proprio il messaggio populistico. Nelle ore successive ai fatti di Charlottesville, chiusi nel golf resort di Bedminster, gli uomini dell’amministrazione si sono scontrati sul tipo di messaggio da fare uscire. Una parte dei consiglieri – il nuovo chief of staff John Kelly, ma anche il genero Jared Kushner e la figlia Ivanka – spingeva per una condanna ferma di suprematisti bianchi e neo-nazisti. Lo stesso gli chiedeva la leadership del suo partito – da Paul Ryan a Marco Rubio a Mitch McConnell – preoccupata per un’escalation della tensione e delle polemiche che avrebbe potuto mettere in pericolo l’agenda legislativa dei repubblicani.

E’ questa la linea che, dopo vari tentennamenti, Trump ha accolto. Ma è questa la linea, che nel corso di una conferenza stampa folle e improvvisata, in cui si doveva parlare di infrastrutture e in cui invece si è parlato solo di Charlottesville, Trump ha deciso di sconfessare. “Entrambe le parti sono da biasimare”, ha sbottato il presidente, lanciandosi poi in un attacco violentissimo ai gruppi antifascisti, alla stampa, a chi cercherebbe di riscrivere la storia americana cancellando monumenti e statue confederate. Quello che John Kelly doveva pensare dell’improvvisa uscita di Trump era esemplificato dalla sua postura. Mentre Trump parlava, Kelly aveva le braccia conserte, la testa abbassata, lo sguardo sconsolato a fissare il pavimento.

Le parole del presidente hanno invece subito trovato un entusiastico sostenitore in Bannon, che in una dichiarazione al New York Times ha spiegato come Trump sia capace di “entrare in sintonia con il popolo americano, con la sua storia, cultura e tradizioni”. Insomma Trump, rifiutandosi di condannare in modo chiaro i suprematisti bianchi che hanno promosso la manifestazione, prendendo posizione contro la rimozione dei monumenti confederati, riuscirebbe a dare voce a quell’elettorato bianco e popolare che lo ha fatto vincere a novembre. Il nuovo terremoto politico è parso troppo a Kelly, che sta invece lavorando per “normalizzare” la presidenza Trump. Bannon, già in bilico perché considerato uno dei principali responsabili dello stato di continua crisi di questa amministrazione, è stato allontanato.

La sua apparente caduta non deve però trarre in inganno. Bannon se ne va, appunto, proprio nel momento in cui la sua linea culturale e politica trionfa. Il presidente può cedere alle pressioni dell’ala più moderata della sua amministrazione, che da tempo chiede la testa di Bannon. Il presidente può essere anche irritato per l’intervista ad American Prospect, in cui Bannon ha fatto a pezzi le politiche del consigliere economico della Casa Bianca, Gary Cohn, e preso posizione contro le strategie di Trump sulla Corea del Nord. Il presidente può quindi cacciare Bannon. Ma resta il fatto che – dopo i fatti di Charlottesville – Trump ha fatto esattamente ciò per cui Bannon ha lavorato per anni: legittimare la destra radicale e suprematista come nessun presidente americano ha mai osato fare nella recente storia americana.

Trump è del resto stato, per Bannon, “il migliore oratore dai tempi di William Jennings Bryan”, l’uomo capace di incarnare i temi del nazionalismo economico, del protezionismo commerciale, del restrizionismo sull’immigrazione, del revanchismo culturale dell’America bianca, su cui per anni Breitbart News – proprio la creatura di Bannon – ha insistito. Molti ricordano ancora come Breitbart, un sito sino a quel momento ancora piuttosto oscuro, sia piombato nel dibattito politico americano: e cioè appoggiando un oscuro candidato repubblicano, David Brat, nelle primarie contro l’allora leader del partito repubblicano, Eric Cantor – con titoli come: “Cantor spinge per dare l’amnistia ai giovani illegali”.

Da allora, Bannon e Breitbart News hanno fatto di tutto per dipingere la leadership del G.O.P. come un gruppo di privilegiati politicanti senza alcun reale legame o comprensione per le condizioni di vita della classe media e della working class. E’ stato Breitbart News a pubblicare le foto dello speaker della Camera Paul Ryan sorridente accanto a Barack Obama (per suggerire una fondamentale comunanza di classe e interessi). E’ stato Breitbart News a bastonare continuamente i repubblicani per le loro presunte apertura in tema di immigrazione. E’ stato ancora Breitbart News, sotto la direzione di Bannon, ad accusare la leadership repubblicana di non fare abbastanza per proteggere l’identità bianca e cristiana dell’America. Sono stati infine Bannon e Breitbart News a salutare l’arrivo sulla scena politica di Trump, interpretato come la nemesi dei repubblicani, l’uomo capace di spazzare via decenni di pensiero politico liberale e moderato in nome di un’ideologia ruvidamente capitalista, nazionalista, populistica (un appoggio, quello di Breitbart, che poi Trump ha ricompensato facendo di Bannon prima il direttore della sua campagna elettorale e poi il capo stratega della Casa Bianca).

Ecco perché sarebbe illusorio pensare che Bannon, lasciando la Casa Bianca, lasci anche la politica. Al contrario, Bannon lascia la Casa Bianca per essere ancora “più Bannon”; per essere, come è stato definito, “Bannon il barbaro”. Persone del suo entourage hanno raccontato di come, negli ultimi mesi, lui si sia sentito sempre più limitato nella sua azione politica; di come abbia pesantemente criticato gli ostacoli che i repubblicani stessi starebbero frapponendo all’azione politica di Trump. L’uscita dalla Casa Bianca dà quindi a Bannon la libertà che cercava. Breibart News ha già annunciato il suo ritorno in redazione – con un titolo a effetto: “Il nostro eroe populista”). E nei giorni scorsi Bannon ha incontrato il miliardario degli hedge fund Robert Mercer, tra i finanziatori di Breitbart e di alcune delle cause più conservatrici della politica americana.

Per alcuni Bannon potrebbe diventare il direttore delle operazioni politiche di Mercer in vista delle elezioni di midterm del 2018. Sicuramente, dalle colonne di Breitbart, Bannon ricomincerà a battersi per fare fuori i repubblicani più moderati (un obiettivo c’è già, il senatore antitrumpiano dell’Arizona Jeff Flake) e per spingere sempre più a destra – in tema di immigrazione, ambiente, diritti del lavoro, stato sociale, sanità – la politica e la società americane. Fuori della Casa Bianca, Steve Bannon può insomma essere finalmente se stesso: l’eroe populista della destra americana che ha visto in Donald Trump l’alfiere della rivincita dell’America bianca e cristiana.