Un pullman da Palermo a Ragusa impiega oltre quattro ore. Attraversa la Sicilia utilizzando un’autostrada con un ponte crollato, un viadotto ad agibilità ridotta, un’interminabile serie di lavori incompiuti. Intanto fuori si alternano paesaggi incantati sfregiati dagli inequivocabili segni degli incendi che hanno devastato intere province ed ettari di boschi e riserve.

Un turista, desideroso di tuffarsi nelle meraviglie del barocco ibleo e di attingere a quello scrigno gastronomico che è il territorio della contea di Modica, ha quindi molte ore di tempo per programmare visite ed escursioni. Districandosi tra siti chiusi, informazioni incomplete, collegamenti che ricordano quelli utilizzati da Phileas Fogg nel giro del mondo in 80 giorni. Solo meno puntuali. E più avventurosi.

Ma il nostro turista è uno tosto, che non si arrende. Dal suo viaggio non è stato distolto dagli incendi, gentile omaggio di anni di mancanza di cura e prevenzione. Neppure i rifiuti che non riescono a essere raccolti e smistati, eterna emergenza oramai consuetudine, gli hanno impedito di gustarsi una granita nel messinese o un gelato davanti allo spettacolo del percorso arabo normanno di Palermo. E ora è pronto alle sue ore di corriera, termine decisamente adeguato, per raggiungere nuove mete. Ovviamente, dopo aver scoperto che i treni in Sicilia sono un progetto futuribile, per fare i 241 km da Palermo a Catania ci vorranno poco meno di due ore. Ma dal 2024.

Per ingannare il tempo potrebbe ritrovarsi tra le mani l’edizione de La Sicilia del 18 agosto e scoprire che no, non aveva capito nulla. Non sono i trasporti impossibili, il territorio abbandonato e lasciato preda dei piromani, i rifiuti maleodoranti che attendono l’ennesima riforma regionale, i siti chiusi, la mancanza di informazioni attendibili, la rete idrica che rende complicato farsi una doccia dopo un tuffo. No, quel senso di straniamento che il nostro turista provava era l’ennesima terribile colpa dei richiedenti asilo. Sì, sono loro che ostacolano il turismo in Sicilia. E non lo dice il primo che passa o qualche piccolo Salvini in erba di Trinacria. A dirlo e nientepopodimeno che l’assessore regionale al Turismo.

Assessore che precisa di “non essere razzista (che di questi tempi pare essere una notizia) e, addirittura, di essere per l’accoglienza (uomo caritatevole il nostro assessore). Ma con limiti e buon senso”. Buon senso che lui intravede nel non “distribuire” profughi e richiedenti asilo nei Comuni turistici. Perché, evidentemente, i 20 profughi ospitati ad Aci Castello, nel catanese, possono rovinare la vacanza. Chi non si sentirebbe turbato nel gustare una granita alle mandorle sapendo che a qualche chilometro vivono 20 terribili bambini, che hanno attraversato il deserto e il mare su barconi instabili, vedendo orrori di ogni genere? Roba da farti passare l’appetito e magari la voglia di visitare uno dei siti archeologici chiusi per mancanza di fondi.

Intanto il nostro eroico turista ha raggiunto la meta agognata, può passare alla ricerca delle informazioni necessaria a raggiungere l’albergo o il B&B. Sperando di trovare uno di questi richiedenti asilo che ostacolano il turismo, uno dei pochi capace di rispondere in inglese alle sue domande.

Ecco, in questa afosa estate siciliana, alla vigilia delle elezioni regionali del 5 novembre, la parola più usata, e abusata, è discontinuità. Ecco per me discontinuità è chiamare l’assessore Barbagallo, ringraziarlo, salutarlo con una pacca sulle spalle e consentirgli di avere molto più tempo libero per visitare le innumerevoli sagre del catanese, provincia elettorale del nostro, finanziate con ampi investimenti pubblici.