Se ne stavano andando uno dopo l’altro. Così il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di anticiparli e ha chiuso i due panel di consiglieri economici della Casa Bianca, formati da imprenditori e manager. Molti di loro, infatti, avevano già dato le dimissioni in gesto di protesta contro la controversa reazione del repubblicano ai fatti di Charlottesville, in Virginia, dove gruppi di suprematisti bianchi e neonazisti si sono scontrati con i dimostranti antirazzisti e uno degli estremisti di destra ha travolto decine di persone, uccidendo una donna e ferendo 19 persone. Durante la giornata poi l’inquilino della Casa Bianca ha definito “assurda”, in un tweet, la rimozione dei monumenti e dei simboli sudisti che richiamano il passato schiavista degli Stati Uniti. “Triste vedere la storia e la cultura del nostro Paese fatta a pezzi con la rimozione delle nostre bellissime statue e monumenti”, ha scritto Trump. “Non potete cambiare la storia ma potete imparare da essa. Robert Lee, Stonewall Jackson, chi sarà il prossimo, Washington o Jefferson? Così assurdo…”.

Poche ore prima il presidente aveva annunciato, sempre via Twitter, la chiusura del Manufacturing Council e del Forum strategico e politico “piuttosto di mettere pressione sugli imprenditori”. Almeno otto imprenditori avevano rinunciato al loro incarico di consiglieri nei due panel. L’ultima è stata, poco prima del tweet di Trump, l’amministratrice delegata di Campbell Soup, Denise Morrison, che ha lasciato l’American Manufacturing Council: “Il razzismo e l’omicidio – ha scritto – sono inequivocabilmente riprovevoli e non sono moralmente equivalenti a qualsiasi altra cosa sia successa a Charlottesville”. Imprenditori di compagnie note come Intel, Merck e Under Armour sono tra quanti hanno scelto di fare lo stesso. Martedì Trump ha collegato le dimissioni degli imprenditori dai panel con le pressioni del suo governo perché fabbrichino i loro prodotti negli Stati Uniti e non all’estero, e ha sminuito la loro decisione. “Per ogni ad che lascia il Manufacturing Council, ne ho molti per ricoprire quel ruolo. I fanfaroni non devono continuare. Lavoro!”, ha scritto su twitter. Una tesi che ha avuto poi i minuti contati.

Ora l’amministrazione Trump – dopo che su questo tema ha fatto infuriare tutti, Partito repubblicano compreso – cerca di correggere un po’ la rotta. E perfino Steve Bannon, uno dei collaboratori più stretti del presidente e identificato con idee di destra, in un’intervista al The american prospect, dice: “L’etno-nazionalismo è perdente, questi ragazzi sono una massa di clown”. Lo stratega di Trump definisce l’estrema destra “irrilevante” ed ha sottolineato: “L’etno-nazionalismo è un elemento marginale. Credo che i media lo esaltino troppo“. L’intervista arriva nei giorni in cui Bannon è sempre più in bilico alla Casa Bianca, proprio perché in molti nell’entourage di Trump gli contestano i legami con l’estrema destra.

Ma può non bastare. Il sindaco di Phoenix, Greg Stanton, ha chiesto infatti a Trump di cancellare il rally previsto la prossima settimana nella città dell’Arizona, esprimendo il timore che il comizio del presidente possa “incendiare gli animi” mentre “il Paese sta ancora riprendendosi dai tragici fatti di Charlottesville”. In particolare Stanton, che è democratico, teme che Trump possa usare la visita a Phoenix per andare a trovare Joe Arpaio, l’ex sceriffo della Maricopa County che è stato condannato per aver violato l’ordine di un giudice federale contro le pratiche discriminatorie nei confronti degli ispanici e che Trump ha definito “un grande americano” in un tweet in cui afferma di star considerando la grazia per il controverso sceriffo anti-immigrati. “Se il presidente Trump viene a Phoenix per annunciare la grazia ad Arpaio – afferma ancora il sindaco, insinuando che da parte del presidente vi sia la chiara intenzione di provocare – allora sarebbe chiaro che il suo vero intento sia di incendiare gli animi e dividere ulteriormente la nostra nazione”.