di Germano Fiore

Calabria ionica, esterno giorno. Lucifero alitante, al piano bar un cinquantenne di natura da determinare (Dndd, nel linguaggio medico) ferisce Battiato con colpi di Rettore. Sono qui da tre giorni in setting plurifamiliare (banda totale di circa 50 elementi tra genitori e figli), si copre circa mezzo secolo e due generazioni.

È vacanza, o meglio, la vacanza della paternità. Non ne resterà traccia nella memoria, nessuna. Non resterà come è restato il Rio Usumacinta e il sito archeologico messicano Yaxchilan, o come un gallo rosso che salta sulla macchina lungo gli strapiombi della Na Pali coast o come l’urlo delle cicale nei tramonti cilentani dell’infanzia.

Non resterà nulla. Non resterà il pianto di una quattrenne a cui non piace un vestitino che costa due giorni di lavoro di un operaio di Fincantieri. Non resteranno le urla di madri rabbiose, instabilmente a cavallo tra comprensione ed educazione.

Il diversivo alla Trilogia del male di Roberto Costantini, per me in sottofinale, è il beach volley: momento di aggregazione collettiva preserale in cui noi maschietti, cinque lustri dopo e tanti addominali orsono, diamo sfoggio delle dure lezioni di educazione fisica al liceo. Quasi salti, quasi schiacciate, quasi battute al salto ed eccola la cosa da ricordare: con un quasi tuffo recupero una palla, sento un forte dolore alla tibia sinistra, mi piego, mi alzo e trovo ciò che sarà memoria: una splendida ferita lacerocontusa con perdita di sostanza mescolata nel sangue e nella sabbia.

Sangue e sabbia. Come nel commissario Balistreri di Costantini, sangue e sabbia. Attorno a me, un’equipe di amici-colleghi si adopera per tessere nuova cute con cerotti steri strip e un amico-avvocato per sublimare la rabbia “gruppale” tramite citazioni in danni. La forza del sangue: identificazioni e proiezioni genitoriali cementano l’alleanza contro il corpo del reato. Un lastrone di cemento, probabile materiale di risulta di lavori di ristrutturazione alberghiera, abilmente depositato sotto la sabbia: è la Calabria, è il Sud, è la frattalica declinazione delle terre dei fuochi.

Si è fatto pomeriggio ed è ora di assaggiare la famigerata sanità calabrese. Trenta minuti in un nulla di canneti, ponti e cellule di cemento e sono a Catanzaro.

Il pronto soccorso è un piano sottoterra, al posto delle caldaie e delle camere mortuarie. Misteri dell’architettura sanitaria dove il senso si ricerca nell’inconscio dei designer. Trovo la gentilezza di due infermiere e di una collega e presto sono fuori immunizzato dal tetano. Bende e antibiotici li prenderò nella farmacia di fronte: orario 8-20 continuato tutti i giorni. Due chiacchiere con la proprietaria di origine campana e da uno scivolo scorrono giù i miei farmaci. Le chiedo: “Hai il robot? Ne ho parlato con dei miei amici” e Lei :” Fallo comprare a tutti, cambia la vita”.

Bene, penso io, avrò due cose da ricordare.

Twitter @sunballo