All’inizio fu la mano. Deliziose scossette elettriche ai testicoli. Poi un pomeriggio, era di domenica, uscì il seme, bianco e purissimo. Corsi in salotto da papà, stava leggendo un quotidiano seduto sul divano e con candore gli dissi: “Papà, ora sono come te!”. Papà mi guardò e disse: “Figliolo, non più di due alla settimana”.

Non mantenni la promessa. A 13 anni ci fu Arianna: lei aveva 5 anni più di me, era bellissima, la mia vicina di casa in Versilia. Ricordo che decapitavamo insieme le lumache con una piccola ascia, stupidissima crudeltà di cui mi pento con tutto me stesso. Arianna, quando i nostri genitori uscivano per andare a divertirsi, mi faceva da baby sitter. Ogni volta si baciava con un ragazzo diverso e io stavo a guardare. Una sera Arianna si sbottonò la camicetta, si sedette sulle mie gambe, mi mise la lingua in bocca: io ci rimasi di stucco, come un baccalà. “Non sei ancora pronto – disse riabbottonandosi la camicetta – Ti darò una seconda lezione più avanti”. Sto ancora aspettando quella seconda lezione perché Arianna si trasferì a Carrara e la persi di vista.

Fino ai 18 anni fu una lunga storia d’amore con me stesso, come direbbe Woody Allen. A 18 anni ci fu Florence, una donna di 33 anni della Svizzera francese. E persi la verginità sulla spiaggia, di notte. Mai più ritrovata. Furono 15 giorni di sesso iniziatico tra fine agosto e i primi di settembre fino all’ultimo giorno, in una camera d’albergo. Florence mi disse: “Il primo giorno che abbiamo fatto l’amore mi si è staccata la spirale, ma non ti ho detto nulla”. A quel tempo pensavo che la spirale si scrivesse l’aspirale e immaginavo una cosa che aspirava senza pietà i miei spermatozoi. Anche quella volta corsi da papà e dissi: “Papà, la donna con la quale ho perso la verginità vuole un figlio da me, ma come è possibile? Tutto questo mi sconcerta”. Papà replicò così: “Non temere figliolo, non ti chiami Bostik“. Il pensiero che il mio sperma non fosse colla mi rassicurò. Non vidi più Florence, ma un giorno a Milano mi arrivò una sua cartolina dove c’era scritto che non le erano ancora arrivate le mestruazioni. Poi il buio totale. Pensai che le donne sono pazze, ma conservo un bel ricordo di Florence: come potrebbe essere il contrario?

Dopo Florence ci fu Mariolina, la mia professoressa di lettere. Le piacevano i miei temi e non solo. Dopo la maturità mi scrisse una cartolina con una poesia di cui ricordo un verso: “Tra il cielo e la cattedra c’eri anche tu”. Al ritorno dalle vacanze ci mettemmo assieme. Un mio compagno, Gabriele, che era stato bocciato, mi disse di non riuscire a rimanere serio quando la mia ragazza lo interrogava. Con Mariolina durò quattro mesi. Lei era una tifosa di Foscolo e del Milan, mi portava anche allo stadio. A quel tempo giocava Gullit ed ero gelosissimo. Un giorno presi Mariolina di petto e le chiesi: “Ma tu rinunceresti a Milan-Cagliari per me?”. Mi rispose che per lei una vittoria del Milan valeva più di 10 orgasmi! La lasciai, sconfitto da Gullit. Pensai che le donne sono pazze, ma ho un bel ricordo anche di Mariolina: come potrebbe essere il contrario?

Dopo Mariolina ci fu Laura dagli occhi azzurri. Ricordo un bacio di notte sul pontile di Forte dei Marmi, con le onde che ci schizzavano e una donna che ci disse: “Come siete belli e giovani”. Con Laura finì presto. Nel discorso d’addio le dissi che preferivo Mozart ai suoi baci. Non so perché tirai fuori Mozart. E pensai di essere pazzo, ma con ottimi gusti musicali. Anche di Laura ho un bel ricordo: come potrebbe essere il contrario?

Dopo Laura ci fu Elisabetta, una poetessa conosciuta all’università. Era una poetessa con un sorriso smagliante e tette pneumatiche, un mix molto pericoloso che mi fece perdere la testa. Facevamo parte di un gruppo di poesia universitario. Una sera mi mise in tasca una cartolina che riproduceva un quadro di Mirò. Sulla cartolina c’era scritto: “Quando”. Senza punto di domanda. La sera dopo tornai a casa sua dove c’era stato l’incontro di poesia e mi fece una bella cenetta a base di carne, molto meglio della poesia. Ci baciammo, arrivai alle mutandine (le mutandine di Elisabetta, ci pensate?), ma lei fermò la mia mano sul più bello e disse: “Sono una testimone di Geova e sono vergine“. Ecco un altro mix molto pericoloso! Tornai a casa con la coda tra le gambe – ho scritto coda? Intendevo altro, ma ci siamo capiti, vero? Pensai che le donne sono pazze, ma anche di Elisabetta ho un bel ricordo: come potrebbe essere il contrario?

Ecco, dopo ci furono Elena e Valeria, ma di loro non vi parlerò perché non posso dirvi tutto. Non posso ridurre queste storie d’amore a semplici aneddoti.  E anche di Ethel non posso parlarvi perché in questo momento mi sta baciando.

Il video monologo di questo post è dedicato a Florence, la donna che per prima mi fece sentire il sapore di queste meravigliose e folli creature che sono le donne.
A tutti gli uomini dico: amatele, amatele con passione e se vi lasciano amate anche il loro addio.