L’estate è una birra a stomaco vuoto. Ora che ho trovato la metafora (ovviamente, dopo una birra…a stomaco vuoto) posso scriverlo. “Un tempo sospeso” suonava banale. E poi, non è neanche così preciso. Invece, la sensazione è proprio quella là.

È tardi, ho appena finito di lavorare, mi catapulto per raggiungere qualcuno che in genere ha già preso un aperitivo, ha cenato, sta mangiucchiando gli ultimi avanzi del dolce. E tanto per accorciare le distanze tra l’ultimo particolare (così imperdibile?) da aggiungere a un pezzo che sarebbe finito, al ritmo di una colonna sonora immutabile di WhatsApp (“Stai arrivando?”, “Dove sei?”, “Ti aspettiamo?”, “Ti ordiniamo qualcosa?”, “Insomma, ci sei???”) e una fine serata di semi-mondanità, bevo una birra.

Lo so: una birra per me è tipo un gin tonic doppio. Le difese si allentano, i contorni svaniscono, il tempo cambia ritmo.

Nell’estate più calda di tutte le estati calde, così calda che pare non ci sia mai stato calore prima, io non ho più caldo, ho derubricato la spazzatura di Roma a parte del panorama, non vedo più neanche i gabbiani. Anzi, ogni tanto non vedo proprio niente, perché l’illuminazione notturna è saltata. Esperienze. Però, le strade deserte di Roma la notte mi fanno sempre lo stesso effetto: dominio assoluto della città.

Ma qualcosa cambia ogni anno. L’altra notte, girando l’angolo verso il vicolo di casa mia, intravedo un ragazzo, nero. Gli faccio un sorriso (anche questo fa parte della birra a stomaco vuoto: dico “ciao” a tutti, giovani ubriachi e turisti americani, manco li conoscessi davvero), lui mi vede e non sorride. Io lo scruto, allora. Nello sguardo, la rassegnazione di chi sa di essere considerato un nemico e si fa scudo per gestire l’ostilità collettiva. Brutte certezze di questa estate 2017. Sensazioni fugaci, quasi irriflesse. Tutto è possibile e niente è definitivo, i progetti si formano e si realizzano, gli amici vanno e vengono, basta prenderli al volo. Tutto e niente, di sospensione in sospensione, puntelli il presente e prepari il futuro. Quasi senza impegno, con naturalezza, perché in un tempo senza tempo le cose semplicemente accadono.

L’anno passato si compone e si scompone e si ricompone: il gioco di luci e di ombre cambia a seconda della prospettiva. Settembre sembra lontanissimo, va in vacanza pure l’aspettativa. Parte del copione, felicemente, si ripete: chili di gelato, chilometri e chilometri in macchina verso il mare più vicino, nelle orecchie il tormentone adeguato, anzi, predestinato (“Di dove siete, dov’è che state, ci state bene…”), ricerca affannosa del romanzo che “non potrai mollare mai”, telefonate immancabili sotto forma di “analisi politica”, arene conquistate rigorosamente a film già iniziati. Già che ci sto, bevo un’altra birra. E poi, adesso, parto.