L’ultima immagine che la cronaca ci riporta è quella di alberi sradicati a Jesolo, campeggi evacuati, grandine con chicchi grossi come una mano. Ma quest’estate è stata un continuum di scenari bellici: roghi devastanti che hanno colpito ovunque e bruciato vive delle persone, una siccità radicale che ha messo in ginocchio zone intere del paese e rischiato di avviare il razionamento dell’acqua nella Capitale, temperature che hanno raggiunto i cinquanta gradi in molte località, pronto soccorsi pieni di gente collassata, con gravi infezioni alle vie respiratorie, o semplicemente nel panico.

Sono immagini, queste, a cui per la verità siamo abituati da molti anni ormai, diciamo dall’avvento dei Duemila. In maniera estrema hanno toccato diverse zone del mondo: il Centro Europa, ad esempio, nel 2003, con migliaia di morti per caldo in Francia e Germania. Nel 2010, la Russia, con incendi devastanti che anche lì hanno fatto decine e decine di vittime, proprio com’è successo quest’anno in Portogallo, dove file di macchine sono state raggiunte dalle fiamme sprigionatesi perché i boschi sono ormai troppo secchi, con il risultato di oltre 60 persone divorate dal fuoco, anche bambini.

Se dovessimo fare un calcolo di quante persone ogni anno muoiono per le conseguenze dell’arsura e delle ondate di calore da un lato, o delle piogge torrenziali o cosiddette “bombe d’acqua” dall’altro, con relative frane e smottamenti, così come delle persone morte per valanghe dovute sempre al riscaldamento globale, potremmo contare ormai migliaia di vittime. Se poi dovessimo fare un calcolo dei danni di sicuro arriveremmo a miliardi di euro. Perché per ricostruire, sanare, rimboscare ci vogliono tantissimi soldi. E soprattutto tantissimo tempo (elemento che nessuna ricchezza può comprare). E comunque non basterebbe per fare prevenzione sicura al 100%.

Tutto ciò è frutto, senza se e senza ma, del cambiamento climatico, sulle cui conseguenze la comunità scientifica è compatta (in Italia e altrove: basti citare il maxi studio che il New York Times ha anticipato nel timore di una censura di Trump, redatto da 13 agenzie governativi e migliaia di esperti), anche se gli scenari adottati dagli scienziati sono diversi a seconda della quantità di emissioni che continueremo a immettere nell’atmosfera. Nel caso di un’immissione moderata, la temperatura continuerà comunque a crescere, mentre il bacino del Mediterraneo continuerà a diventare sempre più tropicale, ma effetti catastrofici potrebbero essere evitati. Se invece non si fa nulla, ci aspetta un futuro che un tempo avremmo creduto possibile solo in film (horror) hollywoodiano.

Io credo che le persone siano consapevoli di ciò che accade. È vero, sui social quest’estate è stato tutto un susseguirsi di post ironici sul caldo con battute, immagini di cammelli diretti verso Roma o Bologna. Ma già l’ironia mostra una sensibilità, una cognizione di un problema. Sono pochi quelli che, sempre sui social, osano dire che il cambiamento climatico non esiste. Sono tantissimi, migliaia e migliaia, quelli che invece condividono gli articoli sui cambiamenti climatici, segno che nell’opinione pubblica è viva la paura di ciò che sta accadendo. Anche perché quando la temperatura arriva a cinquanta gradi e si ha un parente anziano o un bambino, si ha anche l’immediata percezione di qualcosa che non va. Probabilmente anche per questo questa estate è stata per noi così angosciante. Forse per la prima volta tutti abbiamo percepito come potrebbero essere stravolte le nostre esistenze.

In tutto ciò, c’è un silenzio totale. Quale? Quello dei politici. Io non ho sentito nessuno, in questa drammatica estate per la popolazione italiana, che parlasse sistematicamente di cambiamento climatico, che dicesse che bisogna a tutti costi intervenire, che promettesse che presto il governo stanzierà milioni per la ricerca sul clima, in particolare sulle energie rinnovabili (che sì, ci possono salvare, mentre dovremmo dimenticare per sempre il carbone). Nessuno che gridasse davvero, e continuativamente, quando Trump ha deciso di uscire dagli accordi di Parigi, nessuno che abbia rassicurato le persone dicendo che saranno fatti tutta una serie di interventi per favorire l’adattamento a un clima cambiato: interventi che sono scritti nero su bianco, ad esempio, in questo documento del ministero dell’Ambiente che indica ciò che si dovrebbe fare per le singole aree regionali. Avete sentito un governatore parlarne? Oppure un sindaco? Eppure quel documento è fondamentale perché spiega che se non si fanno tutta una serie di interventi “soft”, anche semplicemente migliorando il monitoraggio di questi fenomeni, poi saranno necessari interventi molto più strutturali. Per i quali, è scritto espressamente, non abbiamo le risorse.

Che vuole dire in altre parole? Senza essere catastrofisti – ma non sono catastrofici gli eventi a cui assistiamo? Presto ognuno di noi avrà un parente colpito da qualche evento estremo – vuol dire che di fronte al cambiamento climatico che procederà inarrestabile, rendendo ad esempio il Mediterraneo secco e arido, noi non avremo gli strumenti né per contrastarlo, né per adattare le nostre esistenze alle mutate condizioni climatiche. Ancora, cosa significa tutto questo? Che la gente comincerà a spostarsi in massa verso nord? Che avremo milioni di profughi ambientali? Che forse noi stessi lo saremo? Gli scienziati non sono ancora così pessimisti, perché sperano che qualcosa sarà fatto. Ma forse scordano che noi abbiamo una classe politica che non riesce a guardare oltre la giornata, incapace di fare qualsiasi cosa che non porti un immediato tornaconto elettorale. Ignoranti e miopi: non solo perché il cambiamento climatico coinvolgerà anche loro e le loro famiglie, ma perché presto sarà un tema sulla base del quale le persone – più lungimiranti – cominceranno a spostare anche i propri voti.