È nata la prima “Scuola di fallimento. Nei vari sottotitoli leggo questa spiegazione: “Educare all’insuccesso per raggiungere il successo: si trova a Modena la prima scuola del fallimento italiana, rivolta a startupper, imprenditori, studenti e disoccupati”. Resto perplesso.
Una scuola di fallimento fa riferimento al concetto di vittoria. La nostra cultura è tutta basata sul concetto di successo, di potere. Sembra una battaglia. Concorrenza, accumulazione di know-how, conoscenze, tecniche e vantaggi per essere competitivi. Vincere. Basterebbe la crisi ormai strutturale del mondo dominato dal capitalismo per dimostrare che questa scala di valori si è rivelata inizialmente utile nel business (anche se a caro prezzo), ma inefficace per perseguire una qualche forma di benessere vero, esistenziale, psicologico, emotivo, relazionale.

Vincere come sommo valore ha a che fare con lo scavalcamento di qualcun altro che, per definizione, deve perdere, con la supremazia su uomini, ambiente, valori costretti a subire. Ma soprattutto con il perseguimento del grande obiettivo antropocentrico: la soddisfazione dell’ego, che si afferma, che gode (quasi un anagramma di ego), ed è costantemente costretto a nuove sfide/vittorie per pascersi e crescere. Un demone. Se analizzare gli insuccessi ha come fine mettere un individuo in condizione di ritentare di nuovo a vincere, trovo questa scuola del tutto organica al sistema di valori imperante. Dunque non mi interessa, anzi, la giudico dannosa. Qui non bisogna più combattere, altro che vincere o perdere. Abbiamo fatto sempre e solo la guerra, da millenni, in tutti i campi, con le donne, sui mercati, con i parenti, nella religione, dovunque. Basta combattere!

E tuttavia, la notizia di una Scuola di fallimento suscita in me anche qualcosa di diverso. Se c’è una cosa che mi deprime è l’immutabilità, l’essere sempre identici a se stessi. La mancanza di orientamento al cambiamento. Esulto quando faccio un errore nuovo, perfino, perché sebbene mi sia sbagliato ho tentato qualcosa di diverso. Trovo la cultura del “sono fatto così” e quella del “mi devi accettare così come sono” aberrante, decadente. Ma trovo soprattutto deprimente la nostra tendenza a fallire in modo seriale, quasi ci impegnassimo con metodo a costruire reiteratamente le stesse identiche condizioni che ci porteranno inevitabilmente a stare male, a distruggere quel che abbiamo costruito.

Noi, totali artefici del nostro destino, avremmo potuto cambiare mille volte quell’esito, ma ad ogni bivio verso di esso ci siamo impegnati perché la stessa dinamica di sempre si compisse. Con l’identico deludente risultato. Incontriamo le stesse compagne, per sempre, o gli stessi compagni, per poter fallire nuovamente nella relazione con loro. Ci mettiamo sempre nelle stesse condizioni lavorative, perché tutto prima o dopo fallisca. Facciamo sempre gli stessi errori con gli amici, per garantirci la stessa solitudine finale; ciò che desideriamo finiamo col non perseguirlo, o perseguirlo nel modo errato, per tutta la vita, per poterci poi compiangere, lamentare. Non ci viene mai il dubbio che potremmo,dovremmo cambiare, per non fallire più.

Quando si parla di cambiamento, di nuovi stili di vita, di nuove pratiche, di resilienza, di nuova economia, immaginiamo un mondo migliore, diverso, più sostenibile, in cui smettiamo di fare gli errori che l’economia e lo sviluppo hanno commesso fin qui. Per realizzarlo, tuttavia, servono donne e uomini nuovi, migliori. Cioè noi-quando-tentiamo-di-non-fallire-sempre-allo-stesso-modo, quando ci rendiamo conto che dobbiamo osare, e cambiare.

Se una Scuola di fallimento serve a perpetuare il concetto di vittoria, di competizione, aiutando solo chi fallisce a rialzarsi per poter essere più competitivo domani, non mi interessa. Impellente, vitale, è invece qualunque pratica o metodica utile a mettere sotto pregiudizio e a contrastare la nostra assurda cultura della reiterazione dell’errore. Basta. Ma non siamo stanchi di essere sempre identici, di angustiare il prossimo e noi stessi allo stesso modo? Per un mondo nuovo serve gente nuova. Donne e uomini che provano a fare nuovi errori, semmai, non quelli che facciamo già. Ecco il vero fallimento: avere sempre le stesse reazioni, minare sempre nello stesso modo la nuova casa che dovremmo costruire.