Don Mussie Zerai è indagato dalla Procura di Trapani nell’ambito di indagini su attività di salvataggio dei migranti in cui sarebbero coinvolte delle ong. “Ho ricevuto dalla procura di Trapani una comunicazione che c’è una indagine sul mio conto, una indagine che risale al 2016. Non so altro, non cosa mi sia contestato”, ha confermato il sacerdote eritreo candidato al Nobel per la pace nel 2015, fondatore e presidente dell’agenzia di informazione Habeshia, per la Cooperazione allo Sviluppo.

Zerai è noto per essere colui cui i migranti che fanno i viaggi della speranza mandano sos, telefonandogli, quando le imbarcazioni a bordo delle quali si trovano sono in difficoltà. “Io ho sempre agito con trasparenza, comunicando prima al telefono e poi via mail, le richieste di soccorso che mi arrivavano alla Guardia costiera italiana maltese e all’Unhcr, come richiesto dalle procedure. Non ho mai fatto parte di chat segrete con le ong. Il mio scopo è la mia priorità sono sempre stati salvare vite umane”, sottolinea il sacerdote.

Sul blog della agenzia Habeshia l’8 agosto don Zerai aveva scritto: “Posso dire di aver ricevuto solo la mattina di lunedì 7 agosto, mentre rientravo da un viaggio di lavoro, la notizia che la Questura di Trapani dovrebbe notificarmi l’avviso di un procedimento per conto della locale Procura. Immagino che sia un provvedimento ricollegabile all’inchiesta aperta sulla ong Jugend Rettet. Se di questo si tratta, posso affermare in tutta coscienza di non aver nulla da nascondere e di aver agito sempre alla luce del sole e in piena legalità. A parte l’iniziativa di Trapani, di cui ho già informato i miei legali in modo da prenderne visione ed eventualmente controbattere in merito, non sono stato chiamato in alcuna altra sede per giustificare o comunque rispondere del mio operato in favore dei profughi e dei migranti”.

“Confermo che, nell’ambito di questa attività – che peraltro conduco da anni insieme ai miei collaboratori – ho inviato segnalazioni di soccorso all’Unhcr e a ong come Medici Senza Frontiere, Sea Watch, Moas e Watch the Med. Prima ancora di interessare le ong, ogni volta ho informato la centrale operativa della Guardia Costiera italiana e il comando di quella maltese“, afferma don Zerai. “Non ho invece mai avuto contatti diretti con la nave della Jugend Rettet, chiamata in causa nell’inchiesta della Procura di Trapani, né ho mai fatto parte della presunta “chat segreta” di cui hanno parlato alcuni giornali: le mie comunicazioni sono state sempre inoltrate tramite un normalissimo telefono cellulare”, aggiunge Padre Zerai.

“E’ vero che di volta in volta ripeto la segnalazione anche via mail, ma anche questo è dovuto a una indicazione che ho ricevuto nel 2011 dal comando centrale della Guardia Costiera, che mi chiese di confermare i miei messaggi via mail, cioè in forma scritta, dopo la tragedia avvenuta nel Mediterraneo tra i mesi di marzo e aprile (63 morti), in merito alla quale diversi soggetti negarono di aver ricevuto richieste di soccorso”, ancora il sacerdote sempre sul blog di Habeshia.