Ci sono voluti quattro morti ammazzati, due dei quali trucidati a colpi di kalashnikov solo per aver assistito all’esecuzione del presunto boss Mario Luciano Romito, perché Foggia facesse capolino sulle home page dei maggiori siti italiani e qualcuno del governo – il ministro dell’Interno Marco Minniti – decidesse di andare di persona a capire cosa sta succedendo al confine tra Puglia e Molise. Non era servito neanche l’ultimo campanello d’allarme, l’omicidio di Omar Trotta nel centro di Vieste, alle 14, in piena estate mentre i turisti passeggiavano nelle vie vicine al suo ristorante.

Non era bastata l’escalation di violenza con 13 morti, due lupare bianche e un ferimento tra le bancarelle del mercato – tutto avvenuto da gennaio a ieri, come raccontato da ilfattoquotidiano.it a giugno – perché qualcuno si ricordasse di questa enorme provincia dove gli uomini dello Stato combattono una battaglia impari contro una mafia magmatica e violenta, che ha conosciuto otto guerre interne e adesso ne sta vivendo almeno altre due, probabilmente per equilibri antichi e fragili ormai saltati: 800 affiliati e zero pentiti contro una procura che fa i salti mortali per entrare nelle dinamiche di una criminalità organizzata familistica che davanti agli investigatori non parla proteggendo i suoi uomini a qualunque costo.

In un caldo mercoledì di agosto, l’Italia ha scoperto che nel Foggiano – dove tutto iniziò con un furto di bestiame – si uccidono persone a colpi di kalashnikov sotto la luce del sole. E se qualcuno vede, è destinato a morire come i contadini Luigi e Aurelio Luciani che stamattina hanno avuto la sfortuna di trovarsi nello stesso posto in cui è stato giustiziato Mario Romito.

Tre anni fa quasi nessuno si accorse di come una città venne militarizzata nottetempo da una banda per aprire il caveau di una banca: armi automatiche in mano, camion incendiati per chiudere le strade e coprirsi la fuga, bombe per far saltare tutto in aria. Roba da Messico anni Ottanta. Nessuno ha ascoltato quando l’ormai ex questore Pier Nicola Silvis raccontava il dramma di Foggia davanti alla commissione Antimafia, urlando che la malavita lì è brutale e fino a qualche anno fa non esisteva neanche un’associazione antiracket. Arrivò provocatoriamente ad annunciare di voler denunciare i commercianti che pagavano il pizzo e stavano zitti. Quasi nessuno ha osservato come la criminalità si stia infiltrando nelle amministrazioni di alcuni Comuni garganici e poco spazio hanno avuto anche i colpi di pistola contro un blindato della polizia nel centro di San Severo.

Di Foggia, fino a oggi, hanno parlato quasi esclusivamente i giornali locali, nonostante i moniti dell’ex questore che – salutando i giornalisti nel giorno del pensionamento – ha detto chiaro e tondo che il suo mandato è stato incentrato sul far parlare di una realtà tanto dimenticata quanto omertosa. Quasi nessuno ha affrontato il problema di un pugno di magistrati (molti giovani) e la polizia giudiziaria che coraggiosamente restano in prima linea, sottonumero e senza una Distrettuale Antimafia. Nonostante sia stata chiesta più volte, nonostante un territorio enorme venga coperto da due soli pubblici ministeri della Dda barese, Federico Perrone Capano ed Ettore Cardinali. Giusto per rimanere a un disagio geografico: quando c’è un morto ammazzato sul Gargano, ci sono almeno cento chilometri da coprire per arrivare sul posto.

Tra i pochi ad aver compreso quanto sia complicata la situazione c’è Libera di don Luigi Ciotti, che lo scorso maggio ha annunciato il trasloco della prossima Giornata per la memoria da Locri al Tavoliere della Puglia. Adesso che avete scoperto cosa succede in provincia di Foggia, non ricordatevene ai prossimi morti innocenti. Così, forse, non ce ne saranno più.