Codice di condotta, navi sequestrate, accordi tra Italia e Libia (sottoscritti e poi smentiti), l’Ue che lavandosi le mani di questa crisi fa finta di rappresentare un altro Continente e poi i depistaggi identitari per il Mediterraneo e la questione ong: questa settimana ne abbiamo viste e sentite tante, troppe e troppo facili da strumentalizzare. Dite la verità, mi riferisco ai lettori in buona fede: vi siete persi per strada, vero?

Cominciamo dando un dispiacere a chi ha già processato e condannato online le ong per “traffico di esseri umani”. La procura, quella che indaga e decide, non ha rilevato che ci potesse essere associazione a delinquere e ha comunicato, in un italiano comprensibile, un concetto semplice: “[…] le finalità dei trafficanti erano ben diverse rispetto a quelle dell’equipaggio Iuventa. Perché lo facevano? – ha detto ancora il procuratore – la mia personale convinzione è che lo facessero per motivi umanitari”. “Un collegamento stabile tra la Ong e i trafficanti libici è pure fantascienza”. Chiaro, no?

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ripetiamolo ma non dovrebbe essere necessario, non è traffico di esseri umani: si tratta di una fattispecie di reato molto complessa perché può abbracciare condotte moralmente irreprensibili ma tecnicamente non lecite. Si può dire, allora, che la ong Inventa fosse “fiancheggiatrice” delle organizzazioni criminali? No, anche se in molti lo dicono non si può dire perché ad oggi non è così. Interagire con i trafficanti e collaborare con i trafficanti non è proprio la stessa cosa. E la differenza non è solo semantica: la situazione complessa e borderline che si snoda lungo quel tratto bollente di Mediterraneo non si presta alle letture semplicistiche e propagandistiche di chi cerca solo nemici (i nemici, guarda caso, sono sempre i più deboli): i migranti, come documentato da Amnesty International e dalle inchieste realizzate in Libia sono ostaggi dei trafficanti e la loro traversata non è una crociera né una gita in gommone.

Quei barconi sono stipati all’inverosimile, senza precauzioni, misure di sicurezza o altri accorgimenti che possano garantire uno straccio di standard: per ribaltarle, come dovrebbe averci insegnato il necrologio quotidiano degli ultimi mesi, basta niente. E la pessima sorte non guarda in faccia a frontiere o altre linee immaginarie tracciate dall’uomo; ecco perché le ong non operano come taxi come alcuni dicono ma cercano al contrario di ridurre al minimo la permanenza in acqua di quelle carrette. Per lo sceriffo Marco Minniti, speriamo tra qualche mese non più ministro, questo sarebbe “estremismo umanitario”. Ovviamente sono estremisti umanitari l’Onu, la Corte Europea per i diritti Umani che ha definito illegali i respingimenti e con questi parametri la Convenzione di Ginevra è certamente un testo sovversivo. Ed estremiste sono le inchieste che hanno documentato torture e violenze subite dai migranti in Libia.

Di estremista qui, al limite, c’è il codice di condotta imposto alle ong e di estremista ci sono le minacce del ministro: o firmate o vi chiudo i porti. Estremista e inutile perché quel documento è giuridicamente carta straccia. E vale la pena ripetere, il caos è dovuto ad una coincidenza di fattori: la sovrapposizione di giurisdizioni in una zona cuscinetto, le acque internazionali, e il collasso delle istituzioni libiche, non certo per una sorta di vocazione anarchica delle ong.

In questa deprimente vicenda agostana l’Italia ha ragione a fare la voce grossa ma la sta facendo con l’interlocutore sbagliato (le ong) quando l’inasprirsi della crisi è un problema europeo, nonostante l’Ue faccia spallucce e ripeta, in sintesi, “arrangiatevi”.