Il Venezuela come Cuba? Per molti sembra questo il destino che si profila per il Paese, visto l‘isolamento internazionale sempre maggiore e le nuove sanzioni decise dagli Stati Uniti. Julio Borges, il presidente del Parlamento, a maggioranza antichavista, lo ha detto chiaramente: “Il Venezuela sta diventando come l’isola di Cuba, ma il popolo non vuole questo”. Ancora non si sa se le azioni contro la “borghesia parassitaria” segneranno un ulteriore passo in avanti nella socializzazione del Paese, ma quel che è certo è che il paese si trova in una situazione molto incerta, con una violenza per le strade che non sembra avere fine e i leader dell’opposizione arrestati. Scontri e contestazioni che potrebbero ripetersi anche domani 3 agosto, con la marcia convocata dalla Mesa de la Unidad Democrática (Mud, la coalizione antichavista) per protestare contro la nuova Assemblea nazionale costituente, che si insedierà proprio giovedì nel palazzo legislativo.

Ma se Stati Uniti, Colombia, Panama, Perù, Argentina, Cile, Spagna, Costa Rica, Messico ed Unione Europea hanno detto di non riconoscere i risultati delle elezioni di domenica scorsa, quali sono invece i paesi su cui può contare il presidente Nicolas Maduro, che si è detto orgoglioso delle sanzioni Usa? Non molti per ora: Nicaragua, Salvador, Bolivia, Ecuador, Cuba, e Russia. Il governo de La Avana ha ribadito la sua solidarietà al “popolo e governo bolivariano e chavista. Conosciamo bene tutte queste manovre interventiste. Credono di poter sottomettere il popolo ad un’opposizione da loro finanziata, che promette di bruciare il Paese”. Di tenore simile le dichiarazioni arrivate anche dal presidente boliviano Evo Morales, uno dei primi a difendere pubblicamente i risultati della Costituente. Ma al di là della solidarietà e delle dichiarazioni di appoggio, Maduro dovrà probabilmente guardare alla Cina e alla Russia, e forse all’India, per cercare di rompere la minaccia di un maggiore isolamento internazionale.

La Russia ha chiesto alla comunità internazionale di comportarsi in modo moderato e abbandonare i suoi piani distruttivi, affinché i venezuelani possano superare la loro crisi “senza interferenze esterne”. Ma secondo alcuni analisti Caracas può sperare in un limitato appoggio materiale, forse in una ristrutturazione del suo debito (che ammonta a poco più di mille milioni di dollari) o nel suo condono in cambio di un maggiore accesso delle imprese russe nel paese. Tra l’altro la Russia ha da poco negoziato un’importante partecipazione all’interno della Citgo, la sesta raffineria Usa, filiale della Pdvsa (la compagnia petrolifera statale del Venezuela). Il che significa, secondo Alvaro Mendez, esperto della London school of economics citato dalla Bbc, che la Russia non avrebbe bisogno del petrolio venezuelano, e non ha grandi incentivi per intervenire, anche se Putin si è sempre mostrato leale con i suoi alleati, come dimostrano i casi della Siria e dell’Iran.

Con la Cina la situazione è diversa. Pechino finora non si è espressa e il debito del Venezuela in questo caso è molto maggiore: ben 65.000 milioni di dollari. Il mercato cinese può non essere una vera alternativa per il petrolio venezuelano nel caso gli Stati Uniti decidano di proibire l’importazione del petrolio dal paese sudamericano, perché le esportazioni di greggio venezuelano al gigante asiatico non generano maggiori entrate per il Paese, in quanto destinate al pagamento di questo enorme debito. Tra l’altro, viste le sue difficoltà di pagamento, la Cina ha già ridotto il volume dei suoi prestiti al Venezuela. C’è poi l‘India, per cui il Venezuela è diventato un mercato molto importante per le sue aziende farmaceutiche, mentre le esportazioni di petrolio al paese di Gandhi sono diventate una delle principali fonti di liquidità per il governo di Maduro. Ma finora dal governo indiano non sono arrivate prese di posizione esplicite, e la mancata partecipazione del primo ministro Modi all’ultimo incontro dei Paesi non Allineati, svoltasi lo scorso settembre proprio in Venezuela, potrebbe essere un segnale della sua intenzione di mantenere una certa distanza.