Nuovi guai in vista per l’amministrazione Trump. Il procuratore speciale Robert Mueller ha selezionato un ‘grand jury’ convocandolo a Washington nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte interferenza russe nelle elezioni americane del 2016. Lo scrive il Wall Street Journal citando fonti informate e indicando che ciò segnala come l’inchiesta stia crescendo in intensità ed entrando in una nuova fase. Subito dopo, secondo la Cnn, il grand jury ha emesso mandati relativi all’incontro di Donald Trump Jr con una avvocatessa russa nel giugno 2016. “Questa storia sulla Russia è una totale invenzione“, è stato il commento del presidente Trump. “Una scusa per la più grande sconfitta nella storia della politica americana”.

La selezione e convocazione del grand jury non è indicazione sufficiente per stabilire con certezza che vi siano all’orizzonte messe in stato di accusa o rinvii a giudizio, osservano esperti interpellati dai media in Usa, ma è anche vero che senza un grand jury non si può procedere in quella direzione. Si tratta poi di un importante strumento investigativo perché consente agli inquirenti di emettere mandati, richiedere testimonianze su giuramento e richiedere incriminazioni in caso di prove di un crimine.

Solo pochi giorni fa la Casa Bianca era stata costretta a intervenire per precisare, dopo uno scoop del Washington Post, che il presidente non dettò, ma intervenne “come farebbe qualsiasi padre per il figlio”, dall’Air Force One di ritorno dalla Germania l’8 luglio, per la stesura di un comunicato che costituì la prima reazione del figlio Donald Jr alla notizia dell’incontro con l’avvocatessa russa alla Trump Tower nel giugno 2016, in cui affermava che si era parlato principalmente di adozioni di bambini russi. Dichiarazione che si rivelò poi fuorviante alla luce di successivi chiarimenti e ammissioni. Poco meno di mese prima il Nyt aveva scritto che al rampollo del tyccon erano state “promesse informazioni dannose su Hillary Clinton in campagna elettorale.

L’emergere del coinvolgimento diretto del presidente nella gestione di quella emergenza aveva sollevato numerosi quesiti per gli osservatori. Al Wp risultava che non era quella la strada in un primo momento indicata da collaboratori e consiglieri del presidente: da subito avevano concordato infatti di reagire in maniera trasparente e veritiera per evitare problemi successivi dal punto di vista legale. Con l’intervento del presidente la linea però cambiò. Così quella dettata – letteralmente – dal tycoon fu la prima reazione ufficiale allo scoop del New York Times che rese noto l’incontro alla Trump Tower con l’avvocatessa russa Natalia Veselnitskaya. Reazione però poi rettificata e da Donald Jr in persona, sia nella diffusione dello scambio di mail in preparazione di quell’incontro sia in una intervista-verità concessa a Fox, per spiegare. E soprattutto dalle mail emergeva, nero su bianco, che a motivare l’incontro fu la possibilità che l’avvocatessa, di cui si indicavano legami con il Cremlino, fosse in possesso di materiale dannoso sull’allora rivale Hillary Clinton.  Che nella vicenda ci sia la pistola fumante per le accuse di collusione con la Russia come qualcuno dall’opposizione sostiene è tutto da provare, resta però quell’intervento diretto del presidente.

Donald Jr ha ripetuto a più riprese di non aver informato il padre dell’incontro perché non era emerso nulla di interessante, “non c’era nulla da dire”. Ha detto di essere disposto a ripeterlo agli inquirenti, però poi l’audizione alla commissione Giustizia del Senato che doveva essere pubblica, prima è diventata una testimonianza a porte chiuse e poi è stata rinviata. Inoltre ci sono le dichiarazioni dei legali di Donald Trump, l’avvocato Jay Sekulow in particolare, il quale nei giorni scorsi aveva affermato che il presidente non aveva avuto nulla a che fare con quel comunicato. Trump da parte sua si era limittoa ad un tweet di protesta contro i ‘Fake Media’, ribadendo che non intendeva rinunciare ai social media, “Unico modo per me di diffondere la verità!”.