La grave crisi che sta agitando il Venezuela riaccende una delle questioni più dibattute degli ultimi anni: chi ha ragione, i chavisti o gli anti-chavisti? La cura di Hugo Chavez e poi del suo successore Nicolás Maduro ha fatto bene o male al Venezuela? E quali sono le sue ripercussioni al livello regionale e globale?

Cercare di trovare il bandolo della matassa è complicatissimo, poiché la stampa internazionale (per non parlare di quella italiana) produce un’enorme quantità di disinformazia. Lo ha scritto, scandalizzato, anche un celebre e stimato giurista ‘altermondista’ come Boaventura de Sousa Santos. E del resto queste campagne di mistificazione non sono certo nuove. Né è nuovo l’interesse del capitalismo globale e dei suoi esecutori armati, gli Stati, a ‘fare ammuina’ cercando di sfruttare la confusione per appoggiare i progetti di riconquista del paese, grande detentore di risorse petrolifere. Stiamo pur sempre parlando, peraltro, non solo di un paese ricco di un bene molto ambito, ma di un contesto geografico da sempre considerato uno dei ‘cortili dello zio Sam’, come recitava il titolo di un libro di Noam Chomsky. Un cortile nel quale la CIA ha sempre operato con mezzi che tutti dovrebbero riconoscere come illegali e terroristici.

Farsi un’idea è dunque assai complicato. Quello che mi pare chiaro è che il Venezuela abbia scelto, prima con Chavez e poi con Maduro, una linea che certo non piaceva a nessuno dei players internazionali né sul piano politico né su quello economico. Il tentativo, in tutta l’America Latina, di riportare l’ubriacatura ‘socialista’ sotto il controllo del dominio economico liberoscambista e delle multinazionali, è più che palpabile.

Tuttavia, qualche interrogativo si pone anche per coloro che, cercando di vederci più chiaro, non sono critici nei confronti del chavismo e di Maduro a prescindere.

Tradizionalmente, si può parlare di diritti civili, politici, ed economici sociali e culturali. Si tratta di una tripartizione che si fa risalire al sociologo Thomas H. Marshall. Tale tripartizione è servita per leggere prima l’opposizione tra l’Occidente e i paesi del socialismo reale, laddove il primo aveva a cuore i diritti civili (e politici), mentre i secondi pensavano che prima occorresse realizzare i diritti sociali ed economici (la casa, la salute, la prosperità economica, lo sviluppo, etc.) e solo dopo i diritti civili, sacrificabili sull’altare degli altri. Entrambe le parti promuovevano, in sostanza, una gerarchia tra diritti. Questo dibattito si è riacceso quando i sostenitori del liberismo asiatico (Singapore, in particolare) hanno sostenuto, dagli anni Novanta, che i diritti sociali, in particolare lo sviluppo economico, fossero sovraordinati rispetto a quelli civili e politici.

Ritengo che invece i diritti non possano essere pensati come gerarchicamente ordinati. Essi stanno o cadono a seconda che vengano presi come pacchetto unitario oppure no. I diritti civili e politici hanno senso solo che accompagnati dai diritti sociali, e viceversa.

Rispetto a questo, la questione venezuelana si fa scottante. Anche Boaventura snocciola i dati sulla riduzione della povertà, sull’allungamento delle aspettative di vita, e così via. Ma che ne è dei diritti civili e politici? Questi ultimi stanno andando di pari passo, nel loro enforcement, ai diritti sociali?

Non ho risposte, ma domande. È in grado, Maduro, di assicurare il rispetto delle libertà civili e politiche? Possiamo ben credere che le opposizioni violente siano ben foraggiate da interessi internazionali che non hanno ‘simpatia’ per il chavismo. Ma ci troviamo di fronte a una riedizione dell’idea che i diritti siano gerarchicamente ordinati?
Il 1° giugno del 1945, prima dell’indipendenza, il presidente indonesiano Sukarno disse che se tutti i settanta milioni di indonesiani dovessero essere liberi mentalmente prima di poter ottenere l’indipendenza politica […] non avremmo un’Indonesia indipendente fino al giorno del Giudizio. È all’interno di un’Indonesia indipendente che libereremo il nostro popolo”.

Stava guardando allo sviluppo come primo obiettivo per la liberazione: prima dei diritti civili e politici, che avrebbero potuto attendere. Siamo di nuovo a questo? Ed è poi così vero che mettere lo sviluppo davanti ai diritti civili e politici abbia garantito il conseguimento del primo e il ‘giusto’ sacrificio dei secondi?