Al suo terzo anno sembra sia già divenuto piccola istituzione popolare con vita propria, questo Festival di Trastevere, che ha trasformato piazza San Cosimato in rione del Cinema. Due mesi di proiezioni serali, una al giorno dal primo giugno al primo agosto e 60 serate di cinema per una piazza romana che vive con disinvoltura queste estati in double-face. Di giorno cuore di un quartiere ancora attaccato alla sua identità, con il suo mercato rionale, negozi, bar e trattorie che animano la piazza sui fianchi e le giostrine per bambini come primo luogo d’infanzia per i “trasteverini doc”.

Al tramonto, il grande schermo che accoglie l’estate si spoglia, schiera ai suoi piedi le sedioline di plastica rimaste in attesa per tutto il dì e comincia lo spettacolo: cinema gratis per tutti. Alcune uscite della passata stagione, grandi classici, tanto cinema italiano con altrettanti ospiti. Registi, attori, sceneggiatori, produttori a raccontare al pubblico il loro lavoro intorno al film della serata. Ozpetek, Bruni, De Angelis, Amelio, Germano, Genovese, Verdone, Vicari Bonaiuto, Segre, Leo, De Biasi e Costanzo tra i nomi che hanno incontrato il pubblico quest’anno. Eccezionalmente, anche il premio Oscar iraniano Ashgar Farhadi.

Circa 80mila presenze in tutto, delle quali in 500 ogni sabato notte, dopo il classico Disney, si sono armate di cuffie per una selezione curata e presentata sapientemente da Dario Argento. Mezzanotte, l’ora dell’horror, ogni serata con l’introduzione dal vivo del maestro del genere. Otto eventi nei quali è stato sempre in piazza, tranne una volta in cui ha mandato un videomessaggio. Sabato notte era l’ultimo appuntamento con il regista di Profondo Rosso, così sono andato a curiosare già dal primo film in cartellone. Odori da piazza estiva: pop corn, gli ultimi piatti appena serviti nei ristoranti, la dolcezza di bevande alla frutta, fumo di sigarette.

Perché all’aperto si fuma ancora. Carrozzini in fondo alla sala gremita, anzi piazza. E poi, gente seduta su panchine e bordi di aiuole, qualcuno in piedi. Monopattini parcheggiati a fianco di sedie sdraio portate da casa con padri accoccolati che tenevano in braccio le figlie. Intanto la balena di Pinocchio a soffiarlo via insieme a Geppetto tra spruzzi e flutti su uno schermo non sospeso nel buio come nei normali cinema, ma incorniciato da alcune finestre accese del palazzo novecentesco che lo sovrasta incoronandolo con queste lucine irregolari di vita vera: la realtà intorno al fulcro di ogni finzione e d’ogni sogno.

È calata la notte, il folto pubblico di Pinocchio ha in gran parte piegato le proprie sedie per tornarsene a casa con i propri pargoli. Ora sono i cinephile più estremi a sbucare occupando le sedie in attesa del maestro. “Sono molto legato a Phenomena perché ci ha lavorato mia figlia Fiore, all’inizio del film. Era molto bella, e anche la sua parte”. Mi confessa placidamente lui, con Fiore Argento seduta al suo fianco in una delle trattorie della piazza. Nel film dell’85, quello in programma, la sua figlia maggiore s’immolava come prima vittima del killer.

“Poi c’era la grande Jennifer Connelly. Me l’aveva consigliata Sergio Leone, la conobbi a New York, aveva solo 13 anni e sembrava proprio nata attrice”. L’Oscar vinto per A beautiful mind lo ha confermato. Ma sugli horror di oggi non è entusiasta. “Sono film piuttosto di maniera, tutti sequel di altri film scopiazzati: il gruppo di ragazzini in casa o in vacanza che poi vengono tutti uccisi. Ne avranno fatti una quarantina”. È una grande conferma chiacchierare con un maestro del brivido al quale se chiedi un legame tra horror e attualità risponde quasi sdegnato: “No, no, l’attualità non m’interessa. Io seguo sempre i miei incubi profondi, i miei sogni freudiani”.

Del resto quell’incubo tutto insetti e assassinii di Phenomena non ha niente a che vedere con millantate storie vere. Vere sono invece le disavventure sui set per portare milioni d’insetti di ogni genere raccontate da Argento al pubblico di Trastevere. Insieme a lui anche Luigi Cozzi, che fu responsabile per tutti gli animali portati in scena. Così prima di ri-gustare il film a cielo aperto, i racconti dei due vecchi amici, tra mosche, larve, scarafaggi e topi, divagando su altre lavorazioni regalano i primi brividi. Saluti, applausi, il selfie d’ordinanza con Valerio Carocci, presidente dell’associazione organizzatrice della rassegna Piccolo America e presentatore di ogni serata con ospite. Ma soprattutto con il pubblico. Poi il film.

La magia di queste proiezioni è stata la partecipazione con audio solo in cuffia, su una stazione radio, per non disturbare il vicinato. Toglierle ogni tanto dalle orecchie e osservare gli spettatori neofiti, ascoltare commenti e gridolini senza il dominio sonoro del film, e poi la sensazione di condivisione, di comunità nel rimetterle anche a posto quelle sedioline, addolcisce qualsiasi stress urbano. “Cuffie offerteci gratuitamente dalla Palomar”. Mi ha ricordato Valerio insieme a un altro dato. “Le davamo in prestito con una cauzione di 5 euro. E sono tornate sempre tutte indietro”.

Una folla di teste in una piazza silenziosa, le note funeste dei Goblin nelle orecchie e le visioni distorte di Argento sullo schermo. Una combinazione di grande cinema, originalità di fruizione, gratuità e socialità dell’evento difficilmente replicabili rispetto all’esperienza di piazza San Cosimato. O forse no. “Chissà che non riuscimo a far er cinema anche al quartiere mio”. Dice Valerio. I finanziamenti ci sarebbero, serve soltanto il permesso del Comune. “Qualora l’amministrazione comunale avesse la lungimiranza di valorizzare la nostra esperienza, anziché ostacolarla, saremo disponibili a collaborare per moltiplicare ed esportare il modello culturale di San Cosimato in zone della città più periferiche: ad esempio abbiamo già individuato una location perfetta a Roma Est, zona Rebibbia“.

Foto di Andrea Littera