Siamo in Turchia. Da più di dieci giorni viaggiamo, destinazione Mongolia, a bordo di una Fiat Panda classe 1988. L’Europa, e i suoi quattromila chilometri di strade sono scivolati via: di questo continente, oggi, non ci resta da percorrere che un fazzoletto di terra, unico tra i vasti territori europei dell’Impero ottomano a esser stato ereditato dalla moderna Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk. Domani arriveremo a Istanbul, dove gli ultimi centimetri di Europa ed i primi d’Asia si mescolano nel bagnasciuga del Bosforo e dove i nostri viaggi con Erodoto cominciano davvero.

Dalla terrazza del Cafem Edirne, gustiamo il nostro primo çai, zuccheratissimo thè turco: sullo sfondo, i sussurri concentrati di una famiglia che si diletta in un gioco da tavolo a noi sconosciuto, ed il gracchìo di una telenovela che tiene tutti i camerieri incollati allo schermo. Quando chiediamo a uno di loro di portarci il conto, quello ci risponde con sorriso imbarazzato, in un inglese esitante: “Tra un momento, ora sto seguendo questo programma”. Noi, dal canto nostro, non abbiamo fretta: sono passate quasi due settimane, un quarto del nostro viaggio è già alle nostre spalle e la necessità di trarre i primi consuntivi sorge quasi spontanea. La gioia di essere arrivati in Turchia (per nulla scontata visto che, fino a qualche giorno fa, il mio passaporto era ancora a Londra in attesa del visto mongolo) si stempera nella frustrazione dovuta alla mancanza di tempo, che ci impedisce di godere appieno di ciò che incontriamo sulla nostra strada.

Partecipare al Mongol Rally è come assumere i panni del Bianconiglio nel Paese delle Meraviglie, dove persone e luoghi che lasciano senza fiato si succedono a un ritmo frenetico, scanditi dal ticchettio di un orologio che subito ti costringe a riprendere la via. A questa velocità, conversazioni e soste impreviste, che tanto contribuiscono a rendere un viaggio indimenticabile, hanno la durata di un attimo, come le apparizioni di Tyler Durden nei flash frames di Fight Club. La telecamera di Marco e la mia fotocamera lavorano incessantemente per fermare il tempo. Poi, nei lunghi tempi morti passati in macchina, mentre uno guida, l’altro riguarda e riorganizza il materiale del giorno. Solo allora i semi raccolti sul nostro percorso hanno il tempo di germogliare e dare vita a qualcosa di più duraturo: emozioni in differita, ricordi ex post.

E poi, c’è il diario di viaggio. Tutte le notti scrivo, e questa prima notte turca a Edirne non fa eccezione. Rientrati in ostello, apro le pagine del mio diario e, nel giro di qualche minuto, respiro di nuovo l’aria del Mar Nero. Siamo in Romania, ed è sera. Montiamo la tenda in prossimità di Ovidiu, un paesino ribattezzato tale nel 1930 in onore del grande poeta latino Ovidio, morto duemila anni fa non lontano da qui. Vedo questo mare per la prima volta e vorrei che fosse un’esperienza unica. Eppure, questo campeggio in riva al mare e lo stabilimento chimico che si staglia minaccioso sullo sfondo, hanno un aspetto famigliare: a migliaia di chilometri dalla Toscana, le spiagge di Rosignano Solvay dominate dall’omonimo complesso industriale, scena di molti bagni della mia adolescenza, sembrano avermi raggiunto.

All’alba, il caldo nella tenda è già soffocante. Per scrollarmi il sonno di dosso, mi metto a correre sul bagnasciuga. Il sole è sorto da poco e gli ombrelloni sono ancora deserti; solo le centinaia di buche nella sabbia testimoniano della presenza di una folla di bambini che, tra poche ore, riempirà di nuovo questa spiaggia di giochi, risa e pianti.

Chi, nella propria infanzia, non ha sperimentato il fremito che si prova a scavare nella sabbia, spinti dalla prospettiva di una potenziale scoperta? A volte, ad affiorare è solo l’acqua marina, o una conchiglia scheggiata. Altre volte, le dita portano alla luce qualcosa di colorato – un pezzo di vetro smussato dal mare e dal tempo – trofeo da mostrare orgogliosi alla propria madre, prima che ci venga portato via lasciandoci, inevitabilmente, in lacrime. Nonostante non abbia passato granché della mia infanzia sul mare, ricordo ancora una volta sulla costa versiliana, con mio padre. Avrò avuto sette anni. Ero riuscito a convincere un gruppetto di coetanei a scavare insieme a me alla ricerca dell’acqua, lontanissimi dal bagnasciuga. La buca la ricordo enorme e doveva esserlo, perlomeno in confronto alla nostra stazza. Per ore, scavammo senza sosta. Avevo il cuore in gola dall’eccitazione quando, finalmente, a oltre un metro di profondità, trovammo l’acqua.

Il fremito di scoperta che provai quel giorno e che moltissimi bambini proveranno per la prima volta oggi su questa spiaggia, non mi ha mai abbandonato. Me lo porto dietro anche in questa notte turca, mentre l’alba si avvicina ed io ancora leggo le Storie di Erodoto ed i Viaggi di Ibn Battuta, le mie guide alla scoperta del Bosforo. Ibn Battuta, il Marco Polo del mondo arabo, visitò Istanbul – al tempo ancora Costantinopoli – nel 1334. Le pagine dei suoi Viaggi sono dense dell’emozione del viaggiatore che, sullo sfondo dello scampanellare di centinaia di chiese, varca per la prima volta nella sua vita le porte di Qustantiniyya al-kabira, ‘Costantinopoli la Grande’. Settecento anni dopo, l’Adan si è sostituito alle campane; la città è cambiata, ma l’emozione ed anticipazione create dal visitarla restano immutate. A domani, ‘Costantinopoli la Grande’.

 

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