Quella di Salvatore Romano e della sua famiglia non è solo una storia di morte non accidentale, di malasanità e denegato risarcimento. A novembre 2013, all’età di 33 anni e con una bimba di pochi mesi, Salvatore – infermiere al Gaetano Pini di Milano – scopre di essere affetto da un tumore osseo che si è propagato a partire dall’omero sinistro, proprio nel punto in cui 20 anni prima e poi nel 2000 era stato sottoposto a intervento di asportazione, senza però che i medici procedessero all’esame istologico che avrebbe permesso di diagnosticare per tempo l’osteosarcoma paraosteale, il tumore che lo farà morire di lì a pochi anni. Una morte, si scoprirà, evitabile.

Se solo sedici anni prima la diagnosi fosse stata corretta Salvatore Romano avrebbe avuto l’80% di possibilità di sopravvivere. Ma c’è di più, perché scoprirà anche che già nel 1996, all’epoca del primo intervento, la valutazione medica fu del tutto sbagliata ma che la struttura sanitaria interessata non è in grado di produrre l’esame istologico. “Ciò da un lato comporta – spiega l’avvocato Ferdinando Bilotti, legale della famiglia Romano – di per se stesso, la responsabilità secondo la legge, dall’altro lato lascia aperto il serio dubbio che tali reperti non siano stati volutamente prodotti in quanto probabilmente negli stessi si sarebbe potuto leggere con ancora maggior anticipo quanto non si è stati capaci di leggere nel 2000”. Fatto sta che Salvatore scopre solo a novembre 2013, all’età di 33 anni, di aver poco tempo da vivere. Tra una terapia e l’altra si premura così di scrivere un diario alla figlia che non vedrà mai crescere e si sforza anche di registrare le telefonate con gli anziani genitori perché possano sentire un domani la sua voce. Parole spesso struggenti si mischiano a quelle ordinarie e quotidiane.

La vicenda tra cronaca, follia e letteratura ricorda Tolstoj e il suo La morte di Ivan Il’ic, in cui la malattia costringe il protagonista a una dolorosa quanto cosciente agonia fino al giorno della morte. A proposito del dolore Tolstoj scrive: “Gli sembrava che con uno sforzo doloroso lo ficcassero dentro un sacco nero stretto e profondo”. Il racconto termina con la descrizione del figlio più piccolo in lacrime che gli bacia la mano e accanto a lui la moglie che piange.

Ma qui non siamo a San Pietroburgo a fine Ottocento. “Questo del dolore è un aspetto giuridicamente estremamente importante – sostiene Bilotti – perché la sofferenza di un uomo che sa che deve morire, e il Romano questo lo ha saputo dal novembre 2013 all’agosto 2016, e questa condizione che dar luogo al il “cosiddetto danno terminale” in modo esemplare”. Finora però di esemplare nella storia non c’è nulla, se non la chirurgica ingiustizia che da un errore sanitario porta alla negazione di altri diritti anche oltre il diretto interessato. Oltre ad affrontare il lutto e la sue non pacificabili ragioni la vedova Sebastiana Liistro deve provvedere al sostentamento della piccola Viola ma non trova mani tese, anzi.

Perfino quando Salvatore era in vita la collaborazione e la disponibilità di ospedale assicurazione (Università campus Biomedico di Roma e Cattolica Assicurazioni) sono state prossime allo zero. Neppure una telefonata di scuse e condoglianze alla vedova, ma non solo. Il 24 novembre 2015, e cioè sette mesi prima di morire, il signor Romano si sottopone a una visita presso il medico fiduciario della Cattolica senza poi avere riscontro. Nel progredire della malattia – su consiglio dell’avvocato di famiglia – due mesi dopo si sottopone ad accertamento tecnico preventivo presso il Tribunale di Milano.

L’esito è tombale: quattro periti indicano in quell’errore sanitario la causa di una morte evitabile. Sono loro stessi a sollecitare un incontro tra le parti a fini transattivi ma ospedale e assicurazione non lo accordano e lasciano ancora oggi la vicenda aperta, nelle more di giudizio avanti al Tribunale di Roma che per la famiglia comporterebbe ulteriori oneri oltre quelli fin qui sostenuti per le cure e le spese legali. “Sì, tutto è stato come non avrebbe dovuto essere”, fa dire Tolstoj a Ivan Il’ic in punto di morte , “ma non importa. Si può, si può fare come dovrebbe essere. Ma come dovrebbe essere?” Sì domandò, e improvvisamente tacque”. Come dovrebbe essere per Salvatore è la storia che si aspetta di scrivere.