Cosa c’è sotto il tappeto, ossia, sotto la superficie? Di norma la polvere e se, invece, va tutto bene, il nulla.

Tuttavia, laddove spirano i venti d’intolleranza, che soffiano su braci tutt’altro che immaginarie, in un rogo vermiglio dove si vorrebbero bruciare streghe e stregoni, vi è dell’altro.

Una vecchia storiella – anni venti, credo – racconta di due amici che si recano in un negozio di abbigliamento, dove uno di loro chiede informazioni sulla composizione della stoffa di un cappotto, se ne invaghisce e inizia a tirare sul prezzo. Il mercanteggiamento va per le lunghe e, alla fine, il presunto cliente riesce a spuntare un prezzo molto conveniente, dopodiché fa un cenno al suo amico e scappa via col capo d’abbigliamento. Una volta certi che nessuno sia sulle loro tracce, l’amico che ha assistito al folle episodio domanda: “Ma se dovevi rubarlo, perché hai discusso tanto per abbassare il prezzo?” E l’amico, di rimando: “Perché così perdeva di meno”.

Ogni volta che leggo o ascolto le invettive contro Israele, il cui tenore vi risparmio, la mia mente va a questa storiella. Perché dopo aver contestato qualsiasi azione dello Stato ebraico, notoriamente attorniato da soggetti virtuosissimi, va a finire che si contesta lo stesso concetto di uno Stato ebraico. Ma, se non si ammette che esista Israele, se si è infastiditi dalla sua stessa presenza, perché scomodare l’universo mondo a contestarne le azioni?  Le risposte potrebbero essere molteplici ma, per comodità, ne scelgo soltanto due: a) perché per giustificare la malafede è necessario invocare la ‘nobiltà’ del fine; b) perché per annichilire fisicamente bisogna prima annichilire moralmente. Un déjà vu.