L’estate, diciamolo francamente, è una stagione impudica: come già ebbi modo di dire, milioni di persone si stendono sulla battigia per abbronzarsi il culo con la luce di una stella. Mai stella cadde così in basso come il sole. Sono più spirituali quelli che vanno in montagna. Del resto non credo si sia mai visto un pontefice in costume da bagno. Le vette rocciose sono più consone al mistero divino. Eppure le poesie più belle sono state dedicate al mare. Ricordo un verso di Lorca sul mare: giganti di corallo spingono con la schiena per sollevare il suo coperchio.

Io amo il mare, amo i giganti di corallo e le donne in bikini. Per me l’estate è la stagione degli amori che mi sono sfuggiti dalle mani come sabbia rovente. Ricordo la tenda delle ragazze di Parma, una si chiamava Chiara, le altre non ricordo. Erano quattro ragazze, belle, polpose, fresche, e quando solcavano la passerella con passo lento e sensuale mio fratello e io le sbirciavamo con la coda dell’occhio: eravamo giovani e timidi, facevamo gli intellettuali, ci portavamo sempre dei libri da leggere. Ricordo un’estate che dedicai al De cive di Thomas Hobbes. Il filosofo britannico scriveva di legge naturale e io stavo facendo la cosa più innaturale del mondo: ignorare le ragazze di Parma. Mio fratello leggeva Primo Levi, e anche lui stava facendo qualcosa di innaturale, anche se di tutto rispetto.

Ogni mattina si ripeteva lo stesso rituale: simulavamo indifferenza, mentre le ragazze di Parma prendevano il sole e si spalmavano l’olio, io e mio fratello sfogliavamo le pagine ardenti dei nostri libri, con i neuroni in stato comatoso e gli ormoni in crisi. La timidezza è un crimine contro la vita e le sue occasioni. Ogni tanto le sentivamo ridere, avevano la tenda proprio davanti alla nostra. Noi bloccati, statuari, con i libri in mano, ormai dediti a recitare la nostra parte fino in fondo. Siamo andati avanti così per quattro stagioni di seguito, poi le ragazze di Parma sono sparite. Non ci siamo mai detti “ciao” in quattro anni, anche quando per caso ci si incontrava sulla passerella. Nemmeno un piccolo, innocente “ciao”.

Chiara era la più bella di tutte, non aveva nulla di frivolo, era intensa, e aveva uno sguardo profondo come il mare. Un giorno sulla passerella fa la sua apparizione un ragazzo dalla camminata spavalda e goffa, capelli lunghi, corpo muscoloso, basso di statura, con qualche tatuaggio sparso, una catena d’oro al collo e una radiolina a tutto volume in mano. Mio fratello e io lo scrutiamo con tremante curiosità, si ferma davanti alla tenda delle ragazze di Parma, ci pensa un attimo, solo un attimo e poi si butta senza tanti problemi: “Ciao ragazze, come va? Io sono Mauro” e si siede sul lettino di Chiara. Smacco, terribile smacco. Io chiudo il De cive di Hobbes e guardo mio fratello, mio fratello chiude Se questo è un uomo di Levi e mi fissa. Tutti e due guardiamo verso la tenda del desiderio, Mauro ride e scherza con le ragazze di Parma, con le “nostre” ragazze!

In fondo lo ammiriamo, ha avuto il coraggio e la sfrontatezza di fare la cosa più naturale del mondo: salutare delle belle ragazze. Anche se Chiara dopo qualche minuto torna a prendersi il sole senza curarsi di lui, noi non possiamo non provare stima per questo ragazzo muscoloso e un po’ coatto, con i suoi tatuaggi e la sua radiolina assordante, almeno è vicino a quei corpi dorati e agognati, mentre mio fratello e io siamo all’ombra, sotto la tenda, con i nostri libri in mano. Quindi onore a Mauro, nei secoli dei secoli.

La morale? Non siate mai timidi, la cultura è una gran bella cosa, ma non usatela come un alibi. Se vedete una tenda popolata da ragazze di Parma, fermatevi, salutatele, magari con il De cive di Hobbes sotto il braccio. Il peggio che potrà capitarvi è sentire Chiara che vi dice: “Ah, anche io studio filosofia, ti va se parliamo del giusnaturalismo di Hobbes”.

Chiara, Chiara, Chiara permettimi di dirti “ciao” adesso, da questo blog. E scusa se sembra un addio.