Io me lo ricordo il farmacista di San Casciano, Francesco Calamandrei. Il suo volto tirato, gli occhi sgranati. Le mani mai ferme ad accompagnare le parole, mimando ciò che diceva nella speranza di sembrare più credibile, di rafforzare i concetti che esprimeva. Che poi era semplicemente uno: “Non ne so nulla”. Era l’inverno di tredici anni fa. Venne accusato di essere tra i mandati dei delitti del Mostro di Firenze. Insieme al medico di Perugia, Francesco Narducci, trovato cadavere nel lago Trasimeno pochi giorni dopo l’ultimo delitto delle coppiette, nell’ottobre del 1985.

E mi ricordo Mario Spezi, il giornalista che a 28 anni, giovane cronista da poco arrivato a La Nazione, se ne stava in redazione a Firenze da solo la notte del 29 luglio 1984. “È domenica, son tutti in vacanza, io me ne vado a casa, stai tranquillo che non succede nulla”, gli aveva detto il capo per rassicurarlo, lui giovane praticante. Poche ore dopo si ritrovava lungo una strada sterrata a Vicchio, davanti a due cadaveri: Claudio Stefanacci e Pia Rontini. Da quel momento, Mario Spezi, ha seguito l’intera vicenda del Mostro. Fino a quando suo malgrado ci si è ritrovato coinvolto: fu perseguito insieme a Calamandrei. Venne persino arrestato su richiesta della procura di Perugia con l’accusa di depistaggio, calunnia, concorso in omicidio di Narducci e turbativa di servizio pubblico, in relazione alla sua indagine privata sui delitti del Mostro. È rimasto in prigione per 23 giorni, per lo più in isolamento con divieto di colloqui. Forse l’unico caso di arresto per “reato di parola” nella storia della Repubblica italiana.

L’indagine sui presunti mandanti dei delitti venne aperta nel 2004. Fino ad allora gli omicidi del Mostro erano attribuiti ai compagni di merende, Pacciani, Vanni, Lotti. Insulsi come i loro soprannomi, che nella cinica toscana sono ritratti efficaci e veritieri delle persone. Pacciani era il vampa, perché per far colpo su una ragazza a una festa di paese imitò con pessimi risultati un mangiatore di fuoco; Vanni era il torsolo, quel che si getta del frutto perché inutile; Lotti era katanga, grosso e violento ma senza cervello. Fu quest’ultimo il pentito che con le sue confessioni svelò, scrissero i giudici, la “sordida realtà” di un gruppo “di semianalfabeti, spesso ubriachi e con problemi sessuali”.

Nessuno ha mai ritenuto credibile che siano stati gli unici responsabili. Ma nessuno è mai riuscito a dimostrare l’esistenza di mandanti o di complici. Non si è mai trovata l’arma dei delitti e ogni nuova pista investigativa vagliata negli anni si è rivelata infondata. Certo, ogni volta che una procura si è interessata al caso, sono emerse circostanze nuove e inquietanti. Il presunto coinvolgimento di Francesco Narducci, per esempio. Quando a distanza di venti anni dalla sua morte per annegamento nel lago Trasimeno, il pm di Perugia, Giuliano Mignini, ne ha disposto l’esumazione del cadavere ha scoperto che il corpo era conservato talmente bene da ipotizzare che fosse stato sostituito. Per questo vennero indagati i suoi familiari, padre compreso, accusati dello scambio e di altri reati. Tutti assolti. Impossibile, del resto, a distanza di così tanti anni, tentare di individuare dei riscontri. Come sui delitti del Mostro.

Eppure oggi c’è una nuova procura che indaga. E un nuovo fascicolo. Il pm è il maggior esperto dell’argomento, visto che lo ha seguito sin dall’inizio: Paolo Canessa, oggi procuratore capo di Pistoia. Secondo la nuova ipotesi i duplici omicidi sarebbero connessi alla strategia della tensione e compiuti (o fatti compiere) con lo scopo di spargere terrore indiscriminato. Protagonista della nuova inchiesta è un ex legionario di 87 anni, Giampiero Vigilanti, residente a Prato e originario di Vicchio del Mugello, conoscente di Pietro Pacciani. Con lui è indagato anche un medico, Francesco Caccamo, pure lui 86enne. Vigilianti era stato perquisito già nel 1985. Poi di nuovo nel novembre 1994, a seguito di una lite con un vicino. E questa volta i carabinieri hanno trovato nella sua abitazione 176 proiettili Winchester serie H, gli stessi usati per i duplici omicidi. Le indagini sono tenute sotto stretto riserbo. Ipotizzare un legame con la strategia della tensione, con ambienti dell’eversione nera, con le bombe esplose a Firenze, esclude tutte le ipotesi fin qui formulate e apre scenari piuttosto inquietanti. Al momento una certezza c’è: a distanza di ormai 50 anni ancora si cerca la verità. Perché a quella finora scritta, a quanto pare, non crede nessuno.