L’equivalente di circa 750 milioni di euro: è questa la richiesta di risarcimento della prima class action intentata ai costruttori tedeschi per la presunta vicenda del cartello della componentistica. Nemmeno il tempo di far studiare le carte alle autorità tedesche – che prossimamente dovranno sentire le testimonianze dei vertici aziendali sotto accusa – che in Canada sono già pronti a portare quasi tutta l’industria tedesca (Audi, BMW, Mercedes-Benz, Porsche, Volkswagen) in tribunale. Questo proprio nelle ore in cui VW stava cercando di sminuire la situazione, indicando come “normale” il dialogo su tecnologie e scelte industriali fra competitor dello stesso settore.

Il procedimento è stato promosso dallo studio legale Toronto Strossberg Sasso Sutts, per mano di David Wingfield: e già questo nome dovrebbe far sudare freddo le aziende citate in giudizio, visto che dal 2011 al 2014 Wingfield è stato direttore della divisione antitrust del Dipartimento di Giustizia canadese. L’accusa dello studio legale dell’Ontario è pesante: si parla di “cospirazione per fissare i prezzi, i volumi, l’innovazione e gli standard tecnici di componenti usate nelle automobili vendute in Canada“.

Insomma, altro che “dialogo”, come lo chiama VW: per Wingfield “quando si rispettano le leggi, non c’è bisogno di nascondersi. Se Apple e Samsung si accordassero per standardizzare un chip di basse prestazioni per i prossimi dieci anni, saremmo in presenza di un cartello”. Una frase in cui, al posto dei nomi delle multinazionali dell’elettronica citate, sembrano perfettamente sostituibili quelli delle marche tedesche finite sotto la lente di ingrandimento.

“La nostra causa è la prima del genere, ma non sarà l’ultima”, ha dichiarato l’avvocato canadese sulle pagine di Forbes, “e negli Usa le richieste economiche potranno essere anche dieci volte superiori“. Un monito dato così, in scioltezza, tanto per togliere definitivamente il sonno a un’industria, quella tedesca dell’automobile, che in 2 anni sembra essersi giocata definitivamente tutta la credibilità guadagnata nel mezzo secolo precedente.

La presunta loggia dell’auto tedesca sembra peraltro aver prodotto tecnologie di valore discutibile, visti gli esiti del dieselgate, con VW che ancora si lecca le ferite e Daimler attualmente sotto inchiesta. Come se non bastasse, poche ore fa il ministro dei Trasporti tedesco, Alexander Dobrindt, ha deliberato il richiamo di 21.500 Porsche Cayenne equipaggiate col motore turbodiesel V6 3.0 TDI Euro 6 di ultima generazione: durante i test è infatti emersa la presenza di “un dispositivo di protezione che in condizioni di traffico reale non si attiva”. Potenzialmente un nuovo defeat device.

Memori del passato – quando VW negò alle autorità americane la presenza di software di controllo irregolari sui propri diesel, poi puntualmente rinvenuti – i vertici di Porsche hanno ammesso l’esistenza di “un sistema di gestione irregolare“, lo stesso che sono pronti a correggere con un aggiornamento elettronico. Anche se quest’ipotesi apre la porta a tutta una serie di problematiche legate al calo di prestazioni e affidabilità che (giustamente) tanto spaventano la clientela.

“Non c’è una spiegazione sulla presenza di questo software”, ha detto Dobrindt. “Anche se la vettura è dotata di un sistema moderno di trattamento delle emissioni, un dispositivo di questo tipo è contro le norme e dunque deve essere rimosso”. La situazione è delicata, tanto che le auto col motore sotto accusa ancora in fase di fabbricazione non saranno autorizzate a circolare fin quando il software sotto inchiesta non sarà eliminato.

La vicenda potrebbe coinvolgere anche altri modelli del gruppo Volkswagen, come la Touareg, che monta lo stesso propulsore della cugina Cayenne: “Su questo ci sono ancora indagini in corso”, ha detto Dobrindt, “ma la probabilità che ci sia lo stesso software è elevata”.

La riunione del 2 agosto fra le autorità di Berlino e le aziende tedesche dell’auto si preannuncia dunque caldissima. Anche perché l’ultima tegola è arrivata dall’odierna sentenza del tribunale amministrativo di Stoccarda, sede del quartier generale Daimler, secondo cui non basta richiamare le auto diesel, modificarne il software e sostituirle, ma bisogna vietarne la circolazione: tale divieto “non viola il principio di proporzionalità, perché la protezione della salute è da tenere in una considerazione maggiore rispetto al diritto di proprietà e di libertà di azione dei proprietari di autoveicoli”. Il Land del Baden-Wuerttemberg dovrà dunque agire di conseguenza, vietando temporaneamente la circolazione alle vecchie auto diesel.