Abbiamo presentato ieri, 27 luglio, alla Camera del Deputati le nostre ultime rilevazioni sulle carceri italiane, una sorta di Rapporto di metà anno che fa il punto della situazione attuale. La condizione delle nostre carceri continua a confermarsi preoccupante. Nell’ultimo anno il numero dei detenuti è cresciuto di quasi 3.000 unità. Siamo a 56.817 persone recluse. Il tasso di affollamento è superiore al 113%. Se continuiamo di questo passo, alla fine di questo decennio saremo di nuovo in quella stessa situazione che all’inizio del 2010 fece dichiarare al governo lo stato di emergenza penitenziario e tre anni dopo condusse alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Il 34,6% dei detenuti è costituito da presunti innocenti. Dopo la condanna europea, l’utilizzo della custodia cautelare era calato per via degli interventi normativi con i quali l’Italia aveva reagito alla sentenza. Adesso sta ricominciando a crescere. Inutile dire come la detenzione di una persona che risulta poi innocente sia qualcosa di drammatico. Ma, oltre a questo, la custodia cautelare ingiusta è anche ben costosa. Dal 1992 a oggi, sono stati 25.000 i casi di ingiusta detenzione, per un costo complessivo di 630 milioni di euro di soldi pubblici.

Sono quasi 20.000 le persone che stanno in carcere per violazione della legge sulle droghe. Se finalmente ragionassimo su una seria depenalizzazione in questo campo – che non sarebbe il solo da doversi affrontare, visto che abbiamo ancora un codice penale risalente all’epoca fascista – potremmo liberare tante energie nella nostra macchina della giustizia da dedicare a cose che le meritano maggiormente. Alla fine dello scorso marzo, i processi penali pendenti erano 1.547.630. Di questi, 358.432 hanno superato la ragionevole durata, per come essa viene quantificata dalla cosiddetta “legge Pinto” che impone risarcimenti monetari nel caso, appunto, di procedimenti penali dalla durata irragionevole. Allungare indefinitamente i tempi di prescrizione non deve essere la soluzione. La prescrizione è una giusta tutela per il cittadino, che deve sapere di non poter essere sottoposto all’infinito a quella bomba a mano che un processo penale costituisce nella vita di una persona. La giustizia penale deve essere rapida. E, per poter esserlo, deve occuparsi solamente di quelle fratture al patto sociale che vanno realmente a offendere beni costituzionalmente tutelati. La nostra normativa sulle tossicodipendenze va ben oltre questo, contribuendo a togliere risorse al contrasto alla criminalità organizzata e ai crimini dei potenti.

Le nostre galere ospitano a oggi circa 15.000 persone che hanno una pena residua da scontare inferiore ai tre anni. Tutte loro potrebbero accedere a una misura alternativa alla detenzione. Sappiamo bene quanto le misure alternative siano vincenti, tanto in termini di riduzione dei costi quanto in termini di riduzione della recidiva. Convengono a tutti noi. Ma gli ostacoli normativi e i timori della magistratura di fronte ai sensazionalismi del dibattito pubblico impediscono troppo spesso di accedervi. Questo è solo uno dei motivi per cui bisogna oggi ripensare drasticamente la nostra normativa penitenziaria.

Per la prima volta dall’entrata in vigore dell’ordinamento penitenziario nel 1975, infatti, il governo ha oggi la possibilità di riformare in maniera radicale la legge che governa la vita nelle carceri italiane e l’intero modello di esecuzione delle pene. Nello scorso giugno il Parlamento ha votato in via definitiva una legge che, tra le altre cose, delega il governo a riscrivere la legge penitenziaria secondo una serie di criteri direttivi. La delega è sufficientemente ampia da poter essere interpretata in maniera non minimale: non piccoli aggiustamenti alla legge esistente, bensì una riscrittura generale capace di ripensare un’idea di esecuzione penale che era stata immaginata per un altro carcere, per un’altra società, per un altro mondo. Basti pensare che a metà degli anni Settanta nelle nostre carceri gli stranieri erano quasi inesistenti.

Il ministro Orlando ha annunciato l’istituzione di tre commissioni ministeriali che lavoreranno a scrivere i decreti delegati con i contenuti della nuova legge. Di materiale cui attingere ce ne è già molto. Ci sono i lavori degli Stati Generali dell’esecuzione penale, ci sono le norme internazionali e sovranazionali, prime tra tutte le Regole penitenziarie europee e le Mandela Rules delle Nazioni unite. Antigone ha presentato le proprie proposte, ampiamente articolate in venti punti. Speriamo che le commissioni possano utilizzare anche quelle. E’ importante che non si perda tempo. Ma è altrettanto importante che la riforma sia radicale e ridisegni un nuovo volto della pena. Non è affatto impossibile tenere insieme entrambi gli obiettivi.