Il Capo dipartimento per le Pari Opportunità in persona lo dice chiaro e tondo: “è vero, il servizio di numero verde contro le discriminazioni dell’Unar è assolutamente migliorabile in termini di risposta, efficienza e anche sotto il profilo dei costi. Ma abbiamo ritenuto di procedere al suo rinnovo con le stesse modalità perché i fondi erano già impegnati, se non li avessimo usati li avremmo persi e avremmo interrotto un servizio di pubblica utilità, esponendo il governo e i cittadini al rischio di infrazione europea”. ​Dalla Presidenza del Consiglio Giovanna Boda risponde all’articolo del fattoquotidiano.it che racconta del contact center contro le discriminazioni che risponde al numero verde 800901010: 2,5 milioni di euro d’appalto per un servizio attivo con operatore tre ore al giorno che in un anno ha gestito “solo” 2.993 chiamate, spendendo l’equivalente di oltre 500 euro a chiamata che diventano anche di più contando anche quelle poi ritenute “non pertinenti”, mentre lo Stato già svolge analogo servizio tramite uno specifico organismo di polizia che si avvale di risorse interne anziché di 12 professionisti esterni.

Giovanna Boda ha 43 anni e ha assunto l’incarico a settembre. “Quando sono arrivata – racconta – la situazione era questa: l’esercizio finanziario era praticamente chiuso con quei fondi messi a budget. Al mio arrivo ho anche pensato di rivedere il capitolato, rivalutare i costi del servizio coinvolgendo anche le tante associazioni territoriali che sono attive nella difesa dei diritti discriminati. Poi mi sono trovata di fronte a problemi contingenti quanto urgenti”. Il primo, spiega la funzionaria, è che il centralino gratuito è una previsione di legge fin dal 2003, perché previsto nella legge istitutiva dell’Unar, rafforzata da una direttiva europea che sarebbe stata violata in caso di interruzione del servizio, con il rischio di incorrere in una procedura di infrazione. Il secondo è che il budget di 1,9 milioni di euro più Iva era già stato allocato e sarebbe dunque andato perso in caso di mancato affidamento, col rischio di vedersi poi citare per danno erariale un domani. “Faccio però notare che quella cifra serve per tutto il servizio che comprende attività di istruttoria e monitoraggio. E che se è vero he gli operatori rispondono per tre ore al giorno lo fanno però in sette lingue diverse e il canale di comunicazione tramite mail, segretaria e fax è stato predisposto proprio per essere comunque attivi h24. Di più, con queste risorse, non si poteva fare”.

LIMITI E PROSPETTIVE DEL SERVIZIO – “Questo non significa che i problemi emersi non saranno affrontati”, aggiunge “tanto che a conclusione delle procedure di affidamento del servizio, a settembre, ho intenzione di convocare una riunione con tutte le associazioni per fare il punto su come rilanciare questo numero perché sia davvero di pubblica utilità, e lo è solo nella misura in cui risponde alla missione di far emergere i comportamenti discriminatori e tutelare le vittime”. Bova è poi convinta che non ci sia sovrapposizione con il servizio reso dalla Polizia di Stato tramite l’Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori ed è un organismo interforze), attivo dal 2010 presso il Ministero dell’Interno. “Si occupa esclusivamente di segnalazioni passibili di reato, e infatti a loro abbiamo trasmesso 261 casi di aggressione fisica e verbale. Ma non sempre il comportamento discriminatorio si configura espressamente come violazione di legge, spesso chi la subisce  fatica poi a denunciare, come avviene per la tratta o la violenza sulle donne. Alcune vittime, diciamolo, hanno magari problemi con le forze dell’ordine con cui devono interfacciarsi. Anche per questo hanno un ruolo fondamentale le associazioni”. E perché comprare sul mercato il personale che risponde, fa le istruttorie e pubblicizza i risultati del servizio quando nella stessa pubblica amministrazioni ci sono competenze professionali adeguate? “E’ un altro tasto delicato e complesso, non ha idea di quante richieste di distacco ho fatto in questi mesi per avere in comando personale interno, ma le amministrazioni d’appartenenza sono tutte in carenza di organico e se lo tengono stretto”.

LE REAZIONI – L’articolo ha suscitato reazioni anche e soprattutto tra i detrattori dell’Unar come l’Osservatorio Gender che lo ha rilanciato, senza che l’articolo lambisse neppure l’argomento, augurandosi “che questo nuovo scandalo sia la volta buona per chiudere, una volta per tutte, un ente inutile e oneroso per le casse pubbliche, voluto ed imposto dalle lobby gay per promuovere la “normalizzazione” dell’omosessualità e di ogni tendenza sessuale”. Forte è il rischio di strumentalizzazioni della vicenda per Cathy La Torre, avvocato, ex consigliera comunale di Sel a Bologna, attivista Lgbt, vicepresidente del Mit (Movimento identità transessuale). “L’articolo mette in luce quel che sosteniamo da tempo: un servizio che potrebbe essere una pietra miliare delle politiche contro la discriminazione costa due milioni e mezzo di euro porta a una manciata di segnalazioni, pochissime rispetto a quelle che ricevono associazioni come la mia, che solo per quelle di genere ne raccogli decine di migliaia ogni anno. Ed è un problema perché se questi sono i soli numeri che il servizio di pubblica utilità riesce a far emergere è chiaro che non funziona ma soprattutto possono far ritenere a taluni che in Italia non esista un problema di discriminazione che invece è un’emergenza che cresce sotto gli occhi di tutti”. Il punto, per La Torre, è che il servizio deve essere riportato a criteri di efficienza ed economicità, cosa che si può realizzare solo attraverso una stretta collaborazione con le associazioni. “Serve anche capire che fine fanno le segnalazioni pertinenti. Perché il servizio è davvero efficiente e destinato a crescere solo se una volta raccolte le segnalazioni è poi in grado di dire quale esito abbiano avuto”.

Su questo risponde direttamente il capo del Dipartimento: “E’ un tema fondamentale e per questo ho incaricato un professionista di ricostruire il pregresso, non solo a fini statistici ma anche per verificare che tutta la filiera di convenzioni e collaborazioni operative che abbiamo siglato con forze di polizia, enti e associazioni funzioni nel dare risposte concrete alle denunce”. Collaborazioni che dovranno essere intensificate per sconfiggere il fenomeno dell’under-reporting (quando le vittime non denunciano) “una battaglia che potremo vincere solo se il servizio si rivela effettivamente utile, oltre che economico”.