Basterebbe guardare il cielo sopra la Sicilia. Sembra quasi di vedere i fumi degli incendi e delle emissioni del polo petrolchimico siracusano che si fondono. Sono fumi diversi ovviamente, ma parlano della Sicilia più di mille editoriali. Fumi che sono, oggi, il più duro atto d’accusa contro la classe dirigente, chiamiamola così, di questa terra.

Perché incendi e inquinamento sono, entrambi, il frutto avvelenato di un falso modello di sviluppo che ha pensato e immaginato la Sicilia come un limone da spremere. E poi gettare. Siracusa (ma anche Gela, Milazzo, in maniera differente Termini Imerese e la defunta Sicilfiat) rappresenta solo l’ultimo, in ordine di tempo, prezzo pagato al falso mito dell’industrializzazione. Un mito che prometteva lavoro, benessere, fine dell’emigrazione e che invece, dopo qualche decennio, si è trasformato in una condanna.

L’aria, la terra, l’acqua – e di conseguenza le persone – sono state avvelenate. Un veleno che ha colpito prima le menti e poi i polmoni. Ostaggi dell’inumano ricatto che ti costringe a scegliere tra salute e pane. Un modello di sviluppo, se così si può chiamare, capace di lasciare solo rovine. I poli industriali dismessi lasciano in eredità un paesaggio desolato, come quello prodotto dagli incendi che proliferano, alimentati più da incuria e omissioni che dai venti di scirocco. Un paesaggio apocalittico, morto, inaridito.

Allo stesso modo anche il patrimonio boschivo della regione è stato, volutamente, immolato. Come le coste e le pianure dove sorgono mostruosi complessi industriali, come le dune alla foce del fiume Gela. Fumi che vanno verso l’alto come a volere saziare gli dei osceni di un’idea di sviluppo basata sullo stupro costante e sistematico delle risorse ambientali siciliane. E complici sono i governanti, incapaci di dire una parola sulle bonifiche promesse e mai effettuate, sui piani di sicurezza realizzati solo sulla carta, su un modello di sviluppo alternativo che compare solo negli slogan elettorali.

Insensibili anche alle circostanziate denunce e osservazioni raccolte nel corso di una serie di audizioni della commissione di inchiesta sui rifiuti. In quelle audizioni c’è tutto il disastro siciliano. Bonifiche lente o mai partite, abbandono degli impianti, illeciti e omissioni, mancanza di adeguati strumenti. E tanti, troppi, silenzi a seguire.

Una politica incapace di visione e di prospettiva ha, quindi, deciso di abbandonare il proprio ruolo riducendosi a mera contrattazione dentro stanze, sempre più piccole per altro, asettiche dove creare in laboratorio governi regionali, alleanze e spazi per esercitare un potere fine a se stesso. Rinunciando al proprio ruolo, ha creato le condizioni per uno scollamento netto tra realtà, vita e rappresentanza.

Perché un cittadino o una cittadina di Gela o Priolo dovrebbe interessarsi alle dinamiche che in questi giorni investono il quadro politico, se la politica non riesce a dire una parola su un territorio devastato? Perché solo un prete riesce a parlare del disastro ambientale nel silenzio generale? Dove sono i sindaci, con qualche eccezione ovviamente, e i rappresentanti istituzionali del territorio?

Nel cielo della Sicilia si addensano i fumi. Salgono dalle torri delle raffinerie e dallo Zingaro in fiamme. Qualcuno sta già trasformando in denaro questo fumo, come già quello prodotto dai roghi di immondizia. Un sistema oramai collaudato dove privato è il guadagno e pubblico il denaro da spendere. Anche su questo i governi hanno, nel migliore dei casi, deciso di appaltare alla magistratura controlli e verifiche. Per poi fare finta di nulla e continuare a rimpastare governi e posti di potere.

Una nuova filosofia di riconversione ambientale ed ecologica appare, oggi, non più rinviabile. Tutelare territorio e ambiente dovrebbe essere il punto focale di ogni riflessione sul futuro della nostra terra. Un punto da mettere in cima a ogni discorso pubblico, invece scompare dal dibattito se non in prossimità dell’ennesima emergenza annunciata. Con la stessa modalità con cui si parla di risorse ed interventi per il sistema antincendio solo in presenza delle prime fiamme. Esaurendo il discorso con le ceneri ancora fumanti e rinviandolo alla prossima stagione estiva.

Frattanto, tutta la Sicilia muore di incuria e rassegnazione. E di politica silenziosa e colpevole che ha preferito voltarsi dall’altro lato. Senza mai nemmeno alzare lo sguardo verso l’alto, dove avrebbe visto i fumi costruire una terribile cappa sulla testa di tutti noi. E contro questa miopia non servono prescrizioni della magistratura, servirebbe una nuova consapevolezza collettiva.