La latitanza di Johnny lo Zingaro è finita in una frazione di Siena, Taverne d’Arbia, dopo 25 giorni di fuga assieme alla donna con la quale aveva intrecciato una relazione mentre si trovava in carcere. Giuseppe Mastini, 57 anni, noto con quel soprannome che riporta alla cronaca nera degli anni Settanta, è stato beccato dagli uomini dello Sco al termine di quasi un mese di caccia all’uomo.

Iniziata il 30 giugno, quando l’ergastolano aveva fatto perdere le sue tracce dopo essere uscito dal carcere per raggiungere la scuola di polizia penitenziaria di Cairo Montenotte, in provincia di Savona, dove lavorava da quando aveva acquisito il regime di semilibertà.

Gli investigatori lo raggiunto tracciando il traffico telefonico di alcune utenze legate ai parenti di Giovanna Truzzi, la sua compagna, anche lei evasa dagli arresti domiciliari che stava scontando in provincia di Lucca. E a casa di parenti di Truzzi, nella frazione di Siena, i due si sono nascosti nelle ultime tre settimane.

Condannato all’ergastolo nel 1989, Mastini stava scontando la pena nel carcere di Fossano, in provincia di Cuneo e da quasi un anno era in semilibertà. La sua è stata descritta come una fuga sorprendente poiché negli ultimi anni di detenzione era apparso come una persona tranquilla e capace di reinventarsi una nuova vita. Tutto il contrario di ciò che era stato nella Roma di trenta anni fa.

Figlio di giostrai sinti che nel 1970 si stabilirono a Roma, arrestato per una lista infinita di reati commessi già da adolescente, è finito addirittura dentro all’ultima inchiesta sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini, archiviata solo nel 2015 dalla procura capitolina. Il primo delitto dello Zingaro, invece, avvenne nel 1975 quando uccise un  tranviere. Dal penitenziario evase due volte: prima da quello di Casal del Marmo, poi da quello dell’isola di Pianosa. Nell’estate del 1983 fu arrestato di nuovo, dopo una sparatoria con la polizia. Quattro anni più tardi ottenne una licenza premio per buona condotta. Fu proprio durante questa licenza, nel febbraio 1987, che Mastini fu protagonista di sanguinose scorribande che si conclusero con la cattura anche della sua compagna, Zaira Pochetti, morta qualche anno dopo alla fine di una lunga malattia.

In quella giornata, che impegnò le forze di polizia in una vera e propria caccia all’uomo, Mastini rubò diverse auto, rapinò benzinai, sequestrò una ragazza, Silvia Leonardi, sparò contro una pattuglia di agenti, uccidendo la guardia Michele Giraldi, ferì un brigadiere dei carabinieri, Bruno Nolfi. Si arrese nelle campagne di Mentana, ormai circondato da agenti e carabinieri. Su quella notte, Mastini disse: “Non ricordo un gran che. Mi si è stato raccontato dopo. Ero completamente fatto di whisky, tavor e cocaina. Dicevo tra me: qui stasera mi sparano tutti addosso”. Condannato all’ergastolo nel 1989, da alcuni anni era detenuto nel carcere di Fossano.

La fama dell’ergastolano, al quale sono dedicati persino un film e una canzone, è dovuta soprattutto al suo coinvolgimento nel caso Pasolini.  Secondo più di una pista investigativa Pino Pelosi, l’unico condannato per la morte del poeta e deceduto proprio durante la latitanza di Mastini, non era l’unica persona presente all’Idroscalo di Ostia quella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. “C’erano i due fratelli Giuseppe e Franco Borsellino, e un altro che non conosco”, ha detto Pelosi, davanti al pm capitolino, Francesco Minisci. I fratelli Borsellino, originari di Catania, erano due neofascisti che oggi sono morti, ma il terzo uomo citato da Pelosi chi era? Pino La Rana, come veniva chiamato l’unico condannato dell’omicidio Pasolini, non si è mai sbilanciato ma i sospetti degli inquirenti si sono concentrati sullo Zingaro, il quale ha sempre smentito ogni accusa, ammettendo solo di aver conosciuto Pelosi durante la detenzione nel carcere minorile di Casal del Marmo.

A portare gli investigatori a indagare su Mastini c’era un plantare di scarpa trovato nell’Alfa Romeo di Pasolini:  né il poeta né Pelosi utilizzavano strumenti simili per le calzature, al contrario dello Zingaro, che invece ne aveva bisogno da quando era rimasto ferito in una sparatoria. L’inchiesta della procura capitolina, però, è stata archiviata due anni fa, nonostante sul luogo sul luogo della morte di Pasolini fossero state ritrovate tracce di 5 dna differenti, oltre quello di Pino Pelosi. “Non si può determinare se quelle tracce siano precedenti, coevi o successivi all’evento delittuoso”, era stata la spiegazione della procura di Roma. “Una volta fuori vorrei vendicarmi di questa società che mi ha maltrattato”, avrebbe detto invece Mastini a un detenuto, poco prima di ottenere il permesso premio nel febbraio 1987. La sua penultima fuga finì come questa volta: lo beccarono assieme alla compagna.