L’ultima crisi tra israeliani e palestinesi è diversa da tutte le precedenti. Nei 50 anni trascorsi dalla fine della guerra del 67 (chiamata anche la “guerra dei sei giorni”), nessun leader politico israeliano, palestinese o arabo è riuscito a trascinare questa disputa in una guerra di religione. Si è trattato sempre di un conflitto politico per un territorio e per il diritto palestinese di avere uno stato accanto a Israele e per lo Stato ebraico di vivere in pace e non in guerra continua.

Hamas, Hezbollah, Jihad islamico, tutte organizzazioni di chiaro stampo religioso (basta comprendere il significato dei nomi di tali movimenti) non hanno mai trascinato il mondo musulmano nella loro guerra contro lo stato ebraico. Ma adesso Netanyahu e il suo governo, del tutto impreparati a gestire questioni spinose come quella dei tre luoghi santi delle tre religioni monoteiste, hanno trascinato il conflitto arabo-israeliano verso l’ignoto pericolo della guerra religiosa.

È bene ricordare che il fanatismo religioso non caratterizza solo la parte musulmana, intendendo sia le fila dei palestinesi sia quelle degli arabi musulmani, cittadini dello stato ebraico. Il fenomeno dei coloni si basa su un pericolosissimo miscuglio in cui tesi teologiche, armi e fanatismo ideologico si uniscono alla convinzione che Nablus, la Spianata delle Moschee, Gerusalemme e Gerico siano territori dello stato ebraico perché così è scritto nella Bibbia, perché così Dio dichiarò, chissà quando chissà dove.

Netanyahu e la destra israeliana dichiarano, senza sosta, che Gerusalemme è tutta territorio israeliano, che è unita e così rimarrà per sempre. Il primo ministro non ha mai accettato le sagge parole di Bill Clinton, che ebbe il coraggio di affermare con semplici parole una verità politica facile da mettere in atto: ciò che è arabo rimanga arabo, ciò che è ebraico rimanga ebraico. La Gerusalemme di questi giorni, ma anche la Gerusalemme di un anno fa, è una città divisa.

La Spianata delle Moschee è un luogo proibito alla frequentazione israeliana, nonostante alcuni – anche tra i membri della Knesset di chiara provenienza colonica – ne parlino come di un luogo sul quale andrebbe fondato il terzo tempio ebraico.

Pare quasi ironico che questa crisi che sta incendiando il mondo musulmano derivi da un elemento assai moderno: i metal detector che il governo israeliano ha posizionato (e poi rimosso) – senza che esercito e servizi segreti appoggiassero questa decisione – all’entrata della Spianata (come ci sono già all’entrata del Muro del pianto) dopo l’attentato commesso da arabi musulmani, cittadini israeliani di Um El Fahem, in cui sono stati uccisi due agenti israeliani.

Bisogna essere politicamente ciechi per non capire che chi ha pianificato un attentato sulla Spianata delle Moschee era poco interessato a difendere l’Islam. Le moschee non si difendono con i mitra, e nemmeno le sinagoghe o le chiese. L’uccisione di qualcuno nel nome della sacralità di un luogo è inaccettabile, così come lo sgozzamento di tre persone nella colonia di Neve Zuf Halamish in nome della “difesa di Al Aqsa” è un crimine che usa un credo religioso come attenuante.

Temo che Netanyahu non segua ragionamenti del genere e sia caduto nel piano di questi attentatori. La decisione dei metal detector ha rischiato di accendere una nuova Intifada che il primo ministro sembra non temere, anche se potrebbe costargli il dominio nella politica israeliana. D’altronde è noto che Netanyahu non abbia alcun piano di pace. Gli esiti della guerra del 67 hanno fatto sì che Israele debba amministrare luoghi sacri, nevralgici per l’umanità intera.

Amministrare non è occupare o dominare. Luoghi come il Santo Sepolcro, il Muro del Pianto, la Moschea al Aqsa richiedono saggezza, sensibilità e pochi fiammiferi accesi. Sono consapevole che anche estremisti della leadership musulmana arabo israeliana stiano giocando con il fuoco e siano molto poco interessati a spegnerlo. Ma io, come ho detto più d’una volta in questo blog, mi occupo della leadership israeliana, quella che rappresenta me come ebreo e come israeliano.

Netanyahu – e non so quanti in Europa se ne ricordino – è invischiato in numerose questioni di corruzione. L’ultima e forse la più importante è legata alla costruzione di sottomarini tedeschi destinati a Israele, armi ultrasofisticate, che vede coinvolte persone molto vicine a Netanyahu, quali David Shimron, uno degli avvocati che rappresenta il primo ministro. Ma il primo ministro che dichiara ripetutamente di non essere a conoscenza del loro interesse economico in questo affare.

Ultimamente la polizia israeliana ha arrestato una persona chiave in questa faccenda, Miki Ganor, convincendolo ad essere testimone dello stato in questa faccenda; in cambio egli sconterà un solo anno di galera e pagherà una multa di dieci milioni di shekel. Certo che settimane di grande tensione e violenza a Gerusalemme e ad Amman, come è successo all’ambasciata israeliana in questi giorni, faranno dimenticare all’opinione pubblica la vicenda della corruzione perché “la sicurezza nazionale e Gerusalemme sono prioritarie”, direbbe il premier.

Il re di Giordania, la diplomazia americana, il buon senso del Mossad e dello Shabak israeliani, e anche l’interesse palestinese devono unirsi per spegnere questo focolaio teologico. Basta molto poco a Gerusalemme per creare tanta violenza dalle enormi conseguenze.