“Dobbiamo convincerci tutti che la corruzione è l’incubatrice delle mafie. E invece vedo un atteggiamento da scampato pericolo nei confronti della sentenza sul Mondo di Mezzo”. Franco Gabrielli, capo della Polizia, entra nel merito sulla discussione non solo politica che si è parta sul 416 bis dopo la sentenza su Mafia Capitale i cui principali imputati erano accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. I giudici della X sezione penale del Tribunale di Roma, pur emettendo condanne fino a 20 anni, hanno fatto cadere quell’imputazione. Una decisione, diversa da quella presa dai giudici di Cassazione che invece in sede di indagini preliminari avevano confermato il reato, che ha partorito una serie di polemiche. Ieri il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, intervistato da Corriere e Repubblica, ha dichiarato di non sentirsi sconfitto e di attendere le motivazioni ma di essere certo che nella Capitale la mafia c’è.

“Dal mio punto di vista – spiega in una intervista a Il Messaggero -, l’accusa da cui muove questa inchiesta rappresenta una sorta di interpretazione avanzata del rapporto tra la corruzione e la mafia. Leggeremo le motivazioni della sentenza per vedere se questa interpretazione è troppo avanzata: ma se viene considerata troppo avanzata, a questo punto questa inchiesta interroga il legislatore“.

“Credo che se non ci sono le condizioni affinché un giudice – nella sua legittima autonomia – non aderisca a questa interpretazione avanzata delle procura di Roma – osserva -, vada cambiato lo schema legale del 416 bis. Se la sentenza non coglie la modernità dell’impostazione dell’ accusa e la correlazione tra corruzione e mafia, bisogna rimodellare la formulazione del reato di 416 bis. Mi auguro – dice ancora Gabrielli – che il prossimo Parlamento, qualunque maggioranza esprimerà, metta tra i primi punti dell’ordine del giorno la lotta vera e senza quartiere alla corruzione“. “Nessuno – sottolinea – è così ingenuo da pensare che la corruzione sparirà. Io sono dell’idea che non sparirà la corruzione come non spariranno le altre forme criminali, perché attengono al profilo degli essere umani. La sfida è far si che i fenomeni patologici siano relegati ad una eccezionalità e non ad una disarmante fisiologia. La strada più indicata, secondo me, è quella di arrivare all’emissione di pene severe, come quelle stabilite dal tribunale di Roma per il Mondo di Mezzo, e soprattutto pene certe”.