Sansepolcro – Tira una buona aria a Sansepolcro. Il fresco della sera da una parte, le idee che da quindici anni il festival Kilowatt profonde nella cittadina simbolo di Piero della Francesca come della Buitoni. I colori e le facce, i volti scavati e le storie millenarie negli scatti di Steve McCurry valorizzano maggiormente i giorni della rassegna ideata da Luca Ricci in quest’angolo di Toscana, scivolando verso Sud, tra Firenze e Roma, che profuma di campagna e pietra, provincia attiva che ti guarda negli occhi e non ha paura di sporcarsi le mani.

Il titolo è un ottimismo non manierato, un trampolino per osservare meglio il panorama senza per questo cadere nel vuoto: “Il principio speranza” porta in dote un albero cresciuto su un’isoletta-scialuppa-gommone-boa gonfiabile. Sovviene quel proverbio giapponese: “Il momento migliore per piantare un albero era 20 anni fa. Il secondo miglior momento è ora”. Anche Martin Luther King ci fa fare un bel balzo in avanti: “Anche se sapessi che domani il mondo andrà a pezzi, vorrei comunque piantare il mio albero di mele”.

In questo contesto alcune apparizioni che ci hanno colto, segnato, avvolto, avvinto, scuotendoci come rami, togliendoci di dosso la corteccia sugherosa. I Quotidiana.com, dopo anni nei quali ci hanno fatto sobbalzare, facendoci fare un passo più in là nel lessico e nella riflessione, sembrano arrivati ad uno stagno, un passaggio inevitabile, uno scarto necessario: il loro modo di stare sul palco, cifra distintiva, in quel ping pong amaro e neutrale, non riesce più a schiudere coscienze e risulta stanco, senza quella forza esplosiva e carica dirompente dei primi lavori.

Il nuovo Monopolista è tutto giocato sulla dicotomia se essere un Briatore o un San Francesco, se mettere da parte l’etica per fare business o essere solidali e “buoni”, squali famelici o koala fantozziani, le privatizzazioni e il pubblico. Dopo i primi minuti con il celebre gioco in scatola per piccoli Trump in scena, l’immobilismo britannico si sposta dalla forma al livello drammaturgico. 

Il discorso non si evolve, la cremagliera per scalare le intellighenzie perde la sua rotta, mostrando un dispositivo di fondo un po’ usurato dal quale, ogni tanto, scaturisce cattiveria politicamente scorretta, a macchia di leopardo:”I preti vanno nei sexy shop”, scontato anticlericalismo, e “Baricco è diventato ricco scrivendo due minchiate”, banale. La verve sotto la cenere c’è ancora, devono ritrovare la puntura dell’ape.

Breve come uno schiaffo e intenso come una pugnalata è la Wunderkammer 10 degli Zaches, un percorso dentro le nostre paure, itinerante in solitario, seguendo un filo rosso sangue alla Pollicino, per raggiungere una sorta di museo-esposizione-collezione di pezzi e parti scenografiche delle loro composizioni di questi anni di giovane ma già abbondante carriera. Una bambina inquietante shininghiana dalla faccia bianca e le movenze kabuki ci introduce in questo campionario di angosce ancestrali evocative d’incubi d’ogni età: le volpi suadenti e i facoceri ringhianti, il Minotauro che si agita dentro una cella, i conigli che tanto dimessi non sono, Pinocchio.

In questa dolcezza che vira in tremenda attesa rimaniamo sospesi in un’autopsia di mummie e cadaveri (ricorda le Catacombe dei Cappuccini palermitani) dove ci si sente continuamente osservati in questo brusio silenzioso, in questo vuoto pieno di occhi da esplorare.

Altra esperienza che va a toccare i cinque sensi (anche il sesto) è l’indagine ai confini dell’uomo The invisible city, ispirato a Italo Calvino, del fiorentino-canadese, Daniele Bartolini. Gli spunti interessanti del processo sono il luogo abbandonato, i pochi spettatori alla volta e soprattutto il parallelo tra la costruzione personale del sé, della coscienza, della consapevolezza come individui e quella delle metropoli che ci assomigliano, ci appartengono, nelle cui viscere viviamo.

Rimandi e giochi, sollecitazioni e domande per scardinare la conoscenza reciproca, per mettersi insieme e “fondare”, per l’ora di pièce, nelle stanze al buio o nella penombra di una pila, la nostra ideale città con le sue regole, i suoi diritti. Raccontarsi a uno sconosciuto è un modo per mettersi nei panni dell’altro, per capirne debolezze e meriti, per sentirsi parte di un grande viaggio e non di un singolo, piccolo tratto di strada.

Le varie stanze sono gli scompartimenti della nostra anima: aprirli al prossimo non è falso buonismo ma condivisione e ascolto, i valori di cui abbiamo veramente bisogno, da vivere.