di Claudia De Martino *

Il terzo governo Netanyahu ha cercato di affermare in ogni sede e con ogni mezzo l’equiparazione tra critica antisionista e denuncia dell’operato di Israele ad espressioni di antisemitismo. Ultimamente, però, le scelte discutibili del governo hanno fatto sì che la disputa tra sionisti ed antisionisti si approfondisse ulteriormente e si spostasse anche nella diaspora, dove personalità ebraiche influenti dell’una e dell’altra parte hanno iniziato ad pronunciarsi ufficialmente sia sulla questione dei Territori occupati, che sulla campagna antiboicottaggio che perfino su alcune scelte fondamentali concernenti i diritti individuali e religiosi, come quella recentemente scoppiata tra organizzazioni ebreo-americane e governo israeliano sulle pratiche ebraiche ammesse al Muro del Pianto.

Il coinvolgimento della diaspora ebraica è diventato, dunque, molto più diretto e polarizzato che in precedenza ed è esemplificato dall’ultimo scontro esploso tra i due tycoons multimiliardari ebrei Sheldon Adelson e George Soros, che simbolicamente appartengono a due diaspore diverse – rispettivamente quella ebraico-americana e quella ebraico-europea – ma soprattutto  rappresentano le due lobby diametralmente opposte sulla questione Israele: la prima che sostiene l’estrema destra favorevole al proseguimento dell’occupazione, la seconda che, invece, finanzia apertamente i gruppi che denunciano le stesse pratiche come violazioni del diritto internazionale e sostengono il boicottaggio tanto di prodotti che di personalità israeliane nel mondo.

I due Tycoon sono capaci di influenzare il dibattito politico interno ad Israele grazie agli ingenti mezzi finanziari dispiegati per finanziare gruppi, ong e giornalisti che svolgono localmente la funzione di “cassa di risonanza” delle opinioni sostenute dall’una e dall’altra parte: se Adelson, ad esempio, sostiene gruppi come Im Tirzu, un’organizzazione non governativa israeliana che svolge regolarmente campagne di delegittimazione della sinistra israeliana puntando specificatamente agli accademici e al partito pacifista di sinistra Meretz o gruppi come Taglit Birthright, che organizzano il “pellegrinaggio” in Israele di giovani ebreo-americani tra i 18 e i 26 anni, ma anche quotidiani di massima diffusione nel Paese come il pro-governativo Israel Hayom e il principale organo d’informazione religiosa Makor Rishon, Soros, al contrario, finanzia Human Rights Watch, la potente organizzazione non governativa internazionale deputata a difendere i diritti umani e denunciare le loro violazioni ovunque nel mondo – che però rivolge una sproporzionata attenzione al monitoraggio delle attività del governo e dell’esercito israeliano nei Territori – così anche come la famosa J-street, organizzazione pacifista ebraico-americana, e organizzazioni israeliane più piccole quotidianamente impegnate nella denuncia dell’occupazione come B’Tselem e Shovrim Shikà (Breaking the silence).

La guerra combattuta tra le due lobby della diaspora ebraica a colpi di ong rischia, però, di sconfinare in altri campi, esacerbando ulteriormente il già deteriorato clima politico israeliano. Sheldon Adelson ha infatti recentemente donato 20 miliardi di dollari per raddoppiare il campus dell’università israeliana Ariel, contestabilmente collocata nel principale insediamento dei Territori Occupati, e istituirvi la prima facoltà di Medicina: tale investimento incontra il favore dell’attuale ministro dell’istruzione Naftali Bennet (La Casa ebraica), che intende finanziare massicciamente lo sviluppo dei Territori Occupati ed elevarne gli standard abitativi allo scopo di raddoppiarne la popolazione (ebraica, ovviamente) nei prossimi vent’anni, difendendone così di fronte all’opinione pubblica mondiale l’indissolubile legittimità. Dal lato opposto, Soros, è considerato da Netanyahu una “spina nel fianco”, perché impegnato attraverso i suoi proxies a criticare aspramente e denunciare all’estero ogni azione dell’attuale schieramento di centro-destra nel disperato tentativo di costituire un’alternativa di sinistra, o perlomeno moderata, all’attuale governo che, però, in Israele stenta ad affermarsi.

E’ interessante notare, però, quanto contraddittorio sia l’atteggiamento del governo nei confronti dell’interessamento attivo della diaspora ebraica alla vita politica israeliana, percepita negativamente quando si ispira a principi liberali e alla difesa dei diritti individuali, e al contrario attivamente incoraggiata quando la sua azione coincide perfettamente con gli obbiettivi dell’attuale maggioranza: se, infatti, da un lato Netanyahu ha recentemente imposto un limite legislativo alle donazioni percepibili dall’estero dalle ong pacifiste – e soprattutto dal “cartello delle organizzazioni progressiste” nel Paese: il temibile Jewish National Fund – dall’altro i generosi e regolari emolumenti di Adelson ed altri alla causa opposta vengono propagandati come gesti generosi di una diaspora consapevole dell’importanza strategica ed esistenziale di Israele per l’insieme del popolo ebraico e come rifugio ultimo dello stesso in caso di riverberi di antisemitismo nel mondo.

Tuttavia, come provocatoriamente osserva l’editorialista Bradley Burston sulle colonne di uno dei pochi quotidiani ancora indipendenti nel panorama della carta stampata israeliana (Ha’aretz), il problema è che gli ebreo-americani si rendono conto sempre di più che se non influenzeranno positivamente il corso della politica israeliana oggi, abbandoneranno il Paese nelle mani di gruppi nazionalisti-religiosi che trasformeranno il Paese non in un baluardo dei diritti del popolo ebraico, ma in un luogo nel quale non vorrebbero affatto vivere né rifugiarsi. E la spregiudicata e disinvolta denuncia di antisemitismo rivolta a tutti i critici del Governo Netanyahu rischia di mostrare tutti i suoi limiti, quando ormai anche parte della diaspora ebraica si rende conto del suo carattere apertamente strumentale.

* ricercatrice all’Unimed, contemporaneista ed esperta di questioni mediorientali