Seduti in un caffè del Quartiere Latino, gli occhiali da sole a coprire la direzione dello sguardo, un caffè, meglio ancora un bicchiere di vino. È così che si dovrebbe festeggiare Hemingway nel giorno del suo compleanno. Non è una ‘cifra tonda’, ma che importa se questo 21 luglio offre l’occasione di camminare per “l’angusta Rue Férou fino a place St-Sulpice”, con Festa Mobile dentro la borsa e l’idea di fermasi a leggere nella “piazza silenziosa con gli alberi e le panchine”.

Le vie che amava percorrere, Hemingway le ha raccontate tutte. Le vie di quella Parigi dove s’incontravano Picasso, Braque e l’amico-rivale di sempre, Fitzgerald. Corrispondente per il Toronto Star Weekly, Ernest scriveva. Scriveva nei caffè, nelle brasserie, nei punti più vivi di quella città che gli piaceva da impazzire. E scriveva anche lontano da Parigi, nel suo rifugio di Finca Vigia, la sua casa cubana di fronte all’Oceano.

“Era un giovane straordinariamente ben fatto, aria esotica, occhi straordinariamente interessati piuttosto che interessanti”, ha scritto Gertrude Stein a proposito del loro primo incontro. Era bello, Hemingway. E affascinante. Come uno che ha combattuto guerre non sue. Guerre in cui, diceva, “combatte la gente più bella che c’è, ma che sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da pescecani che se ne approfittano”. Sfidava la morte sempre “en garde”, Ernest, e con dinamiche romanzesche. “Un areo con a bordo Hemingway precipita nella giungla dell’Uganda“, urlavano i titoli dei giornali del 1953. Hemingway è morto, addio Hemingway. E invece niente, non morì quella volta e non morì neanche qualche giorno dopo, in un secondo incidente aereo. A scrivere la fine di quella vita avventurosa nelle intenzioni prima ancora che ne fatti, si sa, fu un colpo di fucile.

“Amo Hemingway perché è matter of fact, understatement, volontà di felicità, tristezza”, scrive Italo Calvino in Perché leggere i classici. Estrema semplicità. Le parole, quelle che servono. Nessuna in più. Figuriamoci gli aggettivi. I fatti portati agli occhi del lettore senza fronzoli, diretti, vividi: “C’erano soltanto due americani in quell’albergo, non conoscevano nessuno di quelli che incontravano per le scale andando e venendo dalla loro stanza. La loro stanza era al secondo piano e di fronte c’era il mare. Di fronte c’erano pure il giardino pubblico e il monumento ai caduti. Nel giardino pubblico c’erano grandi palme e panchine verdi. Quando il tempo era buono c’era sempre un pittore col cavalletto. Ai pittori piacevano le palme e i colori vivaci degli alberghi di fronte ai giardini e al mare” (Quarantanove racconti).

Matter of fact, understatement. “A volte, quando inizio una nuova storia e non riesco ad andare avanti, mi siedo di fronte al camino e inizio a buttare la buccia di alcune piccole arance verso gli angoli delle fiamme e osservo gli zampilli blu che si creano. E così che finalmente scrivo una frase vera, e parto da lì. È facile perché c’è sempre una frase vera che conosco o che ho sentito dire da qualcuno. E quando mi accorgo che sto scrivendo in maniera elaborata o come qualcuno che introduce un tema o presenta qualcosa, mi fermo e taglio la tiritera. Butto via e ricomincio dalla prima semplice frase che ho scritto”, raccontava a chi chiedeva qualche suggerimento sulla scrittura. Partire da una frase vera. E tenere presente che ci sono “sette ottavi di iceberg sott’acqua per ogni parte visibile. Tutto quello che si sa lo si può eliminare e questo non fa che rinforzare l’iceberg”. D’altra parte, non bastassero quelli raccolti nelle interviste del Paris Review o dell’Esquire, di suggerimenti Hemingway ne ha dati, tantissimi, con i suoi racconti: basta leggerli, attentamente, per imparare a scrivere un articolo, una email e perfino un post su Facebook. Non come lui, s’intende. Ma sicuramente meglio di come si farebbe senza averci trascorso un po’ di tempo insieme.