“Ok, è deciso”. L’ultimo tweet di Chester Bennington è stato una risposta al suo follower Alex che gli chiedeva “di tornare ad un’acconciatura” del passato, quella con la cresta nera, tipo punk. Chester gli aveva risposto, così come (non) fanno mai i divi, gli irraggiungibili miti dello showbiz che vogliono comunque apparire nel magico mondo dei social. È se c’è un tratto distintivo, a livello caratteriale, di questo 41enne che è stato trovato morto nella sua casa di Palos Verdes Estates nel sud della California, probabilmente suicidatosi impiccandosi ad una corda, è proprio questo tentativo di annullamento gerarchico alto/basso tra star e fan.

Per chi oltre ad ascoltarlo nei suoi gorgheggi metal e pop allo stesso tempo, l’aveva ogni tanto letto o sentito parlare di sé, della sua visione del mondo e della vita, poteva sempre scorgere dietro quegli occhi apparentemente grintosi e arrabbiati, una tristezza assoluta, un male di vivere palpabile, un’ombra lunga su un passato ingombrante e tragico. In un’intervista recente rilasciata a un tabloid inglese e rimbalzata su mille spazi web Bennington aveva raccontato dei “demoni che si era lasciato alle spalle” grazie soprattutto all’ultimo album prodotto con i Linkin Park, One more light, che lo aveva “fatto uscire da uno dei periodi più bui” della sua vita: “Abbiamo inserito nel processo di scrittura dei testi le nostre differenti problematiche e situazioni. Quando ascolti i brani percepisci speranza e ottimismo, quel senso di avanzare e muoversi lontano rispetto al passato da cui proveniamo”.

Il leader dei Linkin Park da bambino era stato ripetutamente violentato da un amico più vecchio di lui, ma aveva avuto paura di chiedere aiuto veicolando ansia e dolore nell’uso di ogni tipo di sostanza stupefacente durante l’adolescenza, periodo in cui fu vittima sia del divorzio dei suoi genitori che di bullismo a scuola, poi trasformatasi in una dipendenza dall’alcool quando oramai aveva superato i 30 anni ed era arrivato il successo del grande pubblico. Padre investigatore della polizia di Phoenix e madre infermiera, Bennington era cresciuto con il mito dei Depeche Mode, ed aveva cominciato prestissimo a scrivere testi per quelle che diventeranno le sue prime canzoni poi incise con i Grey Daze nei primi anni novanta. Ma è nell’ottobre 2000 che avviene lo storico debutto dei Linkin Park con Bennington grazie al primo album Hybrid Theory. La quinta traccia del disco d’esordio è la celeberrima Crawling, sintesi travagliata e irriducibile dello stato d’animo e delle ferite dell’anima mai rimarginate di Bennington. Quasi urla nel microfono Chester la sua “mancanza di autocontrollo”, le insicurezze, le “ferite che non guariranno”, in uno dei brani che, ha sempre riferito il cantante, risultava tra i più complicati a riprodurre nei live.

A Hybrid Theory sono poi seguiti altri sei album: Meteora, Minutes to Midnight, A Thousand Suns, Living Things, The Hunting Party, e appunto quest’anno One More Light. Bennington si era andato ad aggiungere ad una band che già aveva un “lead vocalist”, Mike Shinoda – ancora oggi con Joe Hahn, Brad Delson e Rob Bourdon fondatore del gruppo post grunge (o nu rock)-. I due si erano come fusi in un unico canto: Shinoda, il rapper più melodico e ordinato; Bennington l’estemporaneo urlatore, deflagratore di ritornelli lanciati come razzi sui giri più arditi di chitarra elettrica. Il ragazzino di Phoenix che negli anni ha candidamente spiegato come una buona parte di paga come commesso del Bruger King fosse reinvestita in cocaina e metanfetamine, aveva poi intrapreso anche una carriera parallela con i Dead by Sunrise dal 2005 (qui in versione più elettronica alla Depeche Mode) e tra il 2013 e il 2015 al posto di Scott Weiland negli Stone Temple Pilots dove esordì con una trascinante Out of time.

Bennington era anche grande amico di Chris Cornell. Il recente suicidio del collega, leader dei Soundgarden, l’aveva letteralmente sconvolto. Aveva partecipato ai suoi funerali esibendosi con grazia in una commovente versione unplugged di Hallelujah di Leonard Cohen, non prima di avergli scritto una lettera in memoria: “Tu mi hai ispirato in molti modi che non hai mai saputo. Il tuo talento era puro e ineguagliabile. La tua voce era gioia e dolore, rabbia e perdono, amore e dolore tutto avvolto in una cosa sola. Prego che tu possa trovare pace nella tua prossima vita. Grazie per avermi permesso di far parte della tua vita”. Bennington lascia sei figli avuti da due differenti mogli: Samantha Olit, e la playmate sposata nel 2006, Talinda Bentley.