Nella mia stanza, sin dai tempi dell’università, la celebre foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino campeggiava sulla parete di fronte alla mia scrivania. Ognuno ha i suoi miti e i suoi eroi. I due giudici siciliani incarnavano, per me, lo spirito puro dell’eroe giusto e sconfitto. Cervantes avrebbe detto che la sconfitta è, in fondo, il vero blasone dell’anima nobile. Ma non ho mai pensato alle vicende umane di questi eroi come a una vera sconfitta.

Colui che, a fronte d’un nemico dotato di numeri e forze soverchianti, decida comunque di affrontarlo a viso aperto, dimostra di attingere a forze interiori di livello superiore rispetto a quello di chi aderisce alla mentalità comune. Per uomini come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, l’adesione a un solido complesso di valori e la tutela della dignità hanno giocato un ruolo preponderante anche rispetto all’istinto di conservazione del corpo che abitavano.

Hanno preferito “la bellezza del fresco profumo di libertà”. Siamo di fronte a persone di fattura superiore, che hanno attinto eternità dalla sfera del quotidiano, vissuto eroicamente. Un fatto incomprensibile per tutta l’abietta schiera dei colletti bianchi della putrescente zona grigia. Tutti coloro che preferiscono agguantare un appalto, una prebenda, un posto di lavoro, pur sentendo “il puzzo del compromesso morale” la puzza del marcio compromesso che permette loro di aggiudicarseli, sono parte della folta schiera dei nemici di questi eroi tanto esaltati.

Quest’umanità “inferiore”, retrocessa allo stato di belve in giacca e cravatta, è il vero nemico da combattere. Nessuna funambolica elucubrazione consente di giustificare la contiguità a qualsiasi livello, anche a costo di perdere la certezza di un reddito. Chiunque non la pensi così, ben sappia di aver contribuito, per viltà, conformismo e ipocrisia, a scalfire quelle lapidi, insieme alla sozza mano del materiale esecutore.

Ero molto giovane quando il lurido esplosivo mafioso fece saltare in aria decine di alfieri della legalità, che mettevano apertamente in discussione importanti equilibri destinati a perpetuarsi nei decenni a venire. Erano gli anni in cui si mettevano in piedi mefistofelici accordi tra imprenditoria settentrionale e le varie forme di mafie meridionali. Lo aveva capito Pio La Torre, lo scrivono oggi con imbarazzante chiarezza Nicola Gratteri o Nino Di Matteo.

Ero troppo giovane, all’epoca, per comprendere il doloroso disagio quotidiano di questi servitori dello Stato abbandonati al proprio destino, respinti, ostacolati, come da loro stessi evidenziato in pubbliche interviste. Capisci le cose sempre troppo tardi, come succede con i padri che vanno via, lasciandoti quell’amaro senso di rabbia. Per anni, abbiamo guardato con sospetto alle cerimonie di commemorazione, popolate di saluti militari e corone di fiori, deposte con deferenza dai politici in sella.

Quest’anno sta succedendo qualcosa di strano nel nostro paese: ci sono discussioni pelose e ipocrite per tutelare i diritti di condannati per stragi mafiose, che si guadagnano a giorni alterni la ribalta mediatica per pretendere trattamenti più o meno speciali. Nel frattempo, l’Italia brucia per mano dolosa. E, contemporaneamente, leggiamo di vili attacchi persino contro i simboli che ricordano le vittime di mafia.

Sono le ultime vestigia a cui possiamo aggrapparci per ricordare gli slanci eroici del nostro pantheon laico. Viene da pensare che se tali atti inqualificabili non fossero riconducibili a dei semplici balordi involuti, assai probabilmente rappresentano attacchi ai simboli di focolai temibili d’indomita resistenza civile. La potenza evocativa dei simboli che ricordano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Rocco Chinnici e tutti gli altri martiri laici della nostra nazione rappresenta, infatti, un segno, un riferimento per chiunque continui a sperare di migliorare le condizioni di vita nel nostro Paese. Soprattutto per chi volesse farlo a partire dal Sud. Questo rende più gravi questi accadimenti.

Il loro insegnamento è il più grande lascito civile che abbiamo ricevuto dalla generazione dei nostri genitori. Chiunque provi ad abbassarne la sublime altezza è il nostro Nemico; chiunque minimizzi la gravità di questi gesti è già parte materiale di quella mefitica zona grigia che consente alle mafie di conquistare quotidianamente spazio mediatico, politico ed economico. La storia insegna che la barbarie o gli invasori puntano a distruggere i simboli per sostituirli o banalmente cancellarli.

È opportuno insegnare (in senso strettamente etimologico, cioè imprimendo un segno), anche nelle scuole, come sia facile scivolare nelle sabbie mobili della zona grigia, anche attraverso la muta accondiscendenza o gesti semplici, come la richiesta di piccole somme di denaro all’usuraio della porta accanto. È ora di insegnare ai nostri ragazzi che oltre la mediocrità della corruzione, questo paese raggiunge quotidianamente vette altissime di dignità attraverso migliaia di eroi silenziosi che combattono la propria battaglia superando scogli giganteschi di conformismo e quieto vivere.