Sono trascorsi esattamente 35 anni da quando Franco Battiato diede vita, nell’estate del 1982, a una delle tournée più sensazionali della storia musicale italiana. Era uscito da qualche mese l’album campione d’incassi La voce del padrone, primo disco in Italia a superare il milione di copie vendute. A dispetto delle tournée dei precedenti album qualcosa d’improvviso cambiò: “Partiamo per il tour aspettandoci al massimo mille, duemila persone – mi racconta Filippo Destrieri, storico collaboratore e tastierista di Battiato -, ma giorno dopo giorno crescevano sempre di più.

D’improvviso, a San Giovanni Val d’Arno, ci dissero di aspettare per iniziare a suonare perché stava continuando ad arrivare gente: vennero in 20mila e fino al giorno precedente erano al massimo quattromila. Ogni volta che con Battiato passavamo da lì in autostrada mi diceva ‘Ti ricordi Filippo? Lì è nato il successo’.

Il giorno successivo, a Perugia, lo stadio era pieno. Battiato era esploso, e le autostrade, ovunque andassimo a suonare, erano sempre intasate. Lui non poteva scendere neanche a prendere un caffè che veniva assediato da 500 persone: con quell’album siamo arrivati a suonare davanti a 50mila persone”.

Quella che si stava compiendo la si può definire Operazione Battiato, un processo che nei decenni avrebbe prodotto esiti del tutto unici in quel panorama musicale spesso erroneamente considerato leggero. Ma di cosa si tratta? Sebbene a larghissime linee, proviamo a darne spiegazione.

Più di tantissimi altri autori di canzoni, Battiato ha infatti avuto la capacità di veicolare, attraverso la forma musicale più diffusa e fruita in assoluto, sostanza musicale e letteraria di indubbio spessore artistico e culturale. Come pochissimi altri Battiato ha cioè consapevolmente utilizzato la canzone al fine di far giungere a più gente possibile elementi artistici che le élite culturali, compiacentemente autoreferenziali ma per fortuna sempre meno rilevanti, generalmente amano riservare a se stesse, senza cioè avvertire il minimo bisogno di renderle fruibili, aperte e agibili a quante più persone possibili.

Oltre infatti all’incontestabile merito derivante dall’aver introdotto nella narrazione collettiva e di massa temi e argomenti generalmente ritenuti di nicchia, permettendo così a molti di avvicinarsi a discipline, dottrine e correnti di pensiero e artistiche in veri e propri processi di sintesi personale, Battiato ha fatto sì che nella canzone convivessero elementi tipici del rock assieme ad altri provenienti dal minimalismo colto, sperimentazioni elettroniche a braccetto con una buona dose di interessanti passaggi orchestrali, musica meditativa intervallata da momenti di pura concitazione, e così via.

Battiato ha, volente o nolente, vissuto appieno il suo tempo senza però ignorare il passato. Affiancando elementi a prima vista inconciliabili, ha realizzato con la sua opera un vero e proprio esempio di sincretismo musicale sconosciuto alla maggior parte dei colleghi, tanto d’area popular quanto colta; ha fatto sì che nell’ipotetico curriculum artistico di un musicista del nostro tempo, il suo, potesse coesistere l’assegnazione del premio Stockhausen, tra i massimi riconoscimenti d’area colta, con quella del premio Tenco, equivalente d’area popular.

Alla stregua di un Frank Zappa, ma con una maggiore attenzione alle tematiche presenti nei suoi lavori, Battiato ha votato la sua arte al più nobile eclettismo, sfuggendo a identificazioni di sorta e asfissianti consorterie, dimostrando che la canzone, quando vuole, può essere più colta di qualsiasi altra forma musicale.

Al sincretismo sonoro ha poi saputo egregiamente affiancare quello letterario, linguistico, mediatico e filosofico, finanche portando sui palcoscenici dei suoi concerti, difronte a pubblici in visibilio, figure come quella di Manlio Sgalambro, stimato filosofo del nostro tempo. “Allontanarsi da tutto quello che gli altri si aspettano da te – esortava anni fa in un’intervista concessa a Fausto Bisantis -, perché anche quello è un tranello orrendo, e senza pietà fare quello che tu credi sia giusto per il tuo cammino”.

Sembra di sentir echeggiare in queste parole la vicenda umana di un compositore come Arvo Pärt, che all’indottrinamento avanguardista preferì il silenzio, per poi finalmente risorgere nuovo a se stesso: un compositore dal valore incontestabile che ha saputo avvicinarsi alle grandi masse e farsi avvicinare da loro, lasciandosi ispirare e a sua volta ispirando non piccole cerchie anguste, ma nutriti gruppi umani e artistici.

Con buona pace di certe accademie e dei fan della contemporanea colta, è alle figure come Battiato che dobbiamo la sopravvivenza di un’arte veramente utile alle persone, alle masse, di un’arte cioè in grado di rispettare sé stessa e il proprio ruolo: essere mezzo e non scopo. Insomma, forse si sbagliava, e non poco, quel musicologo che, in via del tutto privata, tempo addietro attribuì a Battiato una certa “aura di velleitario dilettantismo”.