Riceviamo e pubblichiamo l’intervento Stefano Buffagni, portavoce del M5s in Regione Lombardia, in merito al blog sulla questione della autonomia di Lombardia e Veneto. Il 22 ottobre si vota il referendum nelle due regioni

Caro Direttore Gomez,

ho letto attentamente su IlFatto.it l’intervento del Prof.Balduzzi in merito al Referendum consultivo del 22 ottobre prossimo che si svolgerà in Lombardia e Veneto.

Spiace molto leggere alcune riflessioni scritte con molta superficialità ed inesattezza, senza dimenticare che definire inutile dare la parola ai cittadini è un concetto in antitesi con la nostra visione di società.

La Costituzione prevede la possibilità di coinvolgere i cittadini con il referendum, strumento di democrazia diretta, escludendolo solo per alcuni temi.

L’art 116 comma 3 prevede la possibilità di dare ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, su iniziativa della Regione interessata sentiti gli enti locali. Nel paese in cui l’esito dei referendum è sempre stato disatteso o evaso, scandalizza più il far votare i cittadini che non il mancato rispetto degli esiti referendari.

Come dimenticare, per esempio, il referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, supportato da 31 milioni di italiani favorevoli, sostituito con l’inserimento dei rimborsi elettorali ai partiti. Come dimenticare anche il referendum per l’abrogazione della legge che istituisce il ministero dell’Agricoltura, supportato da 24 milioni di italiani favorevoli, che ha visto solo sostituire il nome dell’ente in Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali che rimane vivo a Roma ed in piena attività di gestione di risorse.

Il quesito in Lombardia, proposto dal Movimento 5 Stelle ed approvato con i voti della maggioranza, chiede in maniera inequivocabile di avere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, e con riferimento a ogni materia legislativa prevista dalla Costituzione.

Leggere per credere:

«Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?»

Non abbiamo paura dell’elettorato di sinistra come lo scrivente esplica, bensì si è voluto chiarire che si tratta di una fattispecie prevista dalla Costituzione, nel quadro dell’unità nazionale, per evitare fuorvianti interpretazioni di Padania o Regioni a Statuto Speciale.

Il quesito è chiaro; meno lo è l’informazione che sta permettendo di trasformare un grande momento di partecipazione, in contrasto con la visione di paese proposta con il Referendum del 4 dicembre scorso, in un’operazione di marketing politico a tinte verdi.

È evidente che un’indicazione chiara dei cittadini lombardi e veneti, verso un decentramento delle risorse verso il basso e verso i territori, garantirebbe un forte mandato popolare ai Presidenti delle Regioni per raggiungere l’obbiettivo che fino ad oggi nessuno ha mai raggiunto.

Prova di ciò ne è il repentino cambio di rotta del Partito Democratico, grande sostenitore della centralizzazione dei poteri su Roma, grande nemico della proposta Referendaria, che oggi è nelle piazze a creare comitati per il Sì dei Sindaci.

Sostenere che la Riforma Costituzionale del 4 dicembre 2016 avrebbe facilitato questo processo è totalmente fuorviante: con quella proposta, sonoramente bocciata dagli italiani, sarebbero state ricentralizzate le competenze e sarebbero rimaste delegabili ai territori voci residuali nonché alcune competenze ad oggi già in capo alle regioni. Non si considera in questo momento il disegno della clausola di supremazia che avrebbe permesso allo Stato di passare sopra qualsiasi decisione locale.

Esattamente ciò che ha appena negato, per fortuna, la Corte Costituzionale sullo Sblocca Italia.

Con il regionalismo differenziato, nel rispetto dell’art 119 della Costituzione, si potranno ottenere fino a circa 8 miliardi in più da amministrare autonomamente sul territorio lombardo per l’istruzione, l’aiuto alle imprese, la ricerca ed l’innovazione e l’ambiente, gestendo direttamente risorse già destinate alla Lombardia ad oggi in capo allo Stato. Nessun euro sarà sottratto alle altre regioni. 
La proposta non tocca il residuo fiscale. Auspichiamo che l’informazione lo spieghi in maniera chiara per smentire le bugie di chi sbandiera questa amenità. L’obbiettivo è quello di avvicinare le risorse ai territori.

Un popolo unito, senza bandiere politiche ed ideologiche che fa valere e sentire la propria voce con un referendum consultivo, esattamente come successo in Gran Bretagna sul tema Brexit. La nostra è una visione di paese alternativa a quella di chi fino al 4 dicembre scorso voleva centralizzare di nuovo tutto su Roma. Abbiamo da sempre denunciato e combattuto contro lo spreco di risorse pubbliche anche degli enti locali; vogliamo però altresì valorizzare ed efficientare le strutture pubbliche territoriali per rispondere al meglio alle esigenze dei cittadini.

Davanti ai 360 milioni di euro bruciati da Stato e Regione Lombardia per sostenere la vuota BreBeMi o il miliardo di euro speso tra defiscalizzazione e garanzie pubbliche del fallimentare progetto della Pedemontana lombarda i soldi spesi per far esprimere i cittadini non rientrano di certo tra gli sprechi.

 

Stefano Buffagni